Ah… AMICUS AMOR!

Premessa: Amicizia e Amore condividono la stessa anima, sono fantasmi fratelli, hanno la stessa fede, provocano la medesima paura, lo stesso spavento: quello del miracolo.

Ma che spazio lascia questa società ai cosiddetti “single”? Ci si può finalmente permettere di dirsi “liberi” o si è ancora schiavi degli stereotipi tipo “vecchia zitella”, “scapolo d’oro”, “schietta/o” (al sud si usa moltissimo!) ecc…? Entro quali territori può inoltrarsi una persona non sentimentalmente impegnata? Qual è il confine e che prezzo si paga alla dogana?!

Ammettiamolo, esistono circostanze in cui esser “soli” è poco conveniente, poco “comodo” (termine antipatico, ma appropriato). Detta forse brutalmente: si è visti male, se si è “soli”. Perché? Beh, per rispondere bisognerebbe scomodare gran parte della morale e del retaggio culturale che ci accompagnano da tempo, e forse per sempre. Cristianesimo, quindi morale cristiana (soprattutto cattolica) eccetera … E poi, andando “a gambero” nel tempo alla ricerca di Amor, ecco che si arriva al mito antico: Eros. Figlio di Ingegno (“Poros”) e Povertà (“Penia”), Eros è un demone che, detta in modo forzatamente blando, rappresenta la ricerca di completezza che l’amore causa, ma è insieme desiderio, tensione inesausta; per il filosofo (ma solo per lui forse e purtroppo) diventa amore di Sapienza e Verità. E allora si apra il Simposio di Platone, o ci si sintonizzi su “Uomini e Donne”: perché tanto “l’amore è tutto: è tutto ciò che sappiamo sull’amore”, come dice la Dickinson.

Però oggi il mito è diventato ossessione. Di cosa parlare fuori con gli amici se non di amore?! Alla domanda “Come stai?”, il 90% delle persone risponde optando per una scelta di tipo vittimistico, causa “Amore”. “Sono solo/a, mi ha mollato/a, mi sento vuoto/a …” e così via, “verso l’infinito e oltre” delle banalità aleatorie che una bocca affamata d’amore (ma povera dello stesso) è capace di creare.

Chi siamo senza qualcuno? Ma siamo noi, anzi, il meglio di noi! Come ci si può dire liberi, padroni e responsabili di sé se è proprio con noi stessi che non abbiamo mai avuto a che fare, se l’unica relazione che alla fine scansiamo e rimandiamo sempre è esattamente quella con chi troviamo allo specchio la mattina?! E non c’è nulla da capire: non è cinismo, rassegnazione, non è femminismo o maschilismo (anch’essi condividono la stessa radice), non è nemmeno rivincita. È consapevolezza. Si è liberi solo quando si ha certezza di poter scegliere, e per scegliere bisogna prima conoscere. Conoscere te stesso (secondo il motto greco) è la base indispensabile per anche solo credere di poter conoscere l’altro. Se da solo non sai stare, starai con qualcuno solo per bisogno. Bisogno, non scelta. Imparare a stare da soli, imparare a bastarsi, ecco cosa serve. Un amico da anni si tormenta per la donna sbagliata, che dice di amare inesorabilmente, ma che per primo ammette di non conoscere poi così a fondo. “La amo perché voglio solo lei”: tradotto, “la amo perché è di lei che ho bisogno per sentirmi realizzato”, come se uscire insieme fosse una sfilata dal (sotto)titolo: “guardate, questo è il mio trofeo”. Se glielo ho detto? Ma certo, chiunque glielo ha detto, anche se non ce n’era bisogno: lo sa benissimo. Un’amica, invece, non la conosco “da sola”: la conosco “da sempre” per essere fidanzata “da sempre”. Mai vissuta fuori dalle sue vicissitudini sentimentali. Che cambia? Cambia che, a seconda del garzone di turno, cambiano noi. Molto semplice.

Sono un romantico convinto, sia chiaro, eppure non posso non dire con estrema schiettezza che no, quelle coppie che hanno bisogno di stare insieme, proprio non le invidio. Certe coppie mi mettono addosso una tristezza smisurata, fatta quasi di tenerezza, per quelle due creature che cercano l’una nell’altra un bastone su cui appoggiarsi, ma che trovano invece solo montagne pronte a crollare su se stesse. Dobbiamo amarci abbastanza da capire che siamo noi stessi la persona con cui passeremo più tempo, anzi, tutto il tempo della nostra vita.

Pensiamo mai che una coppia autentica sia un vero miracolo? Diamo per scontato che, una volta venuti al mondo per grazia e volere di qualcuno, al mondo dobbiamo la nostra riproduzione, il nostro amore consacrato dal vincolo del matrimonio, persino la nostra morte, che è dovuta perché, anzitutto, quel qualcuno ce l’ha omaggiata col dono della nascita.

E allora si inizia con un figlio, poi col secondo (per confermare che il primo non è stato un errore), e via dicendo, verso il comune salotto borghese della famiglia perbene.

E cosa succede a due persone che passano la vita in coppia, senza conoscersi davvero? Succede che ci si ritrova estranei, dopo un’esistenza insieme, come al primo appuntamento.

Conoscersi è tutto, e non servono molte parole. Basterebbe ascoltarsi, in silenzio.

C’è un aforisma cui sono molto legato, di Camillo Sbarbaro, che recita: “Amico è … con chi puoi stare in silenzio”. Quale importanza dimenticata, quella del silenzio. Fiumi di parole imperiosi e limacciosi si sprecano durante aperitivi, cene e incontri. 
Non abbiamo più rispetto per il Silenzio. Quello, ad esempio, di due amanti che, insieme, lo condividono rispettosamente nell’incalzante ritmo del loro amore.

L’amore è l’ultimo dio che è rimasto all’uomo. Amare vuol dire essenzialmente avere fede. Fede che quell’amore sia effettivamente vero per chi lo prova, cioè l’amante. Fede che sia condiviso e Fede che sia effettivamente vissuto, cioè confermato nel tempo.

È una Trinità nuova per un Mito antico, quello del Dio-Amore. Persino la domanda per antonomasia degli innamorati in pena è la stessa di Cristo in croce: “Perché mi hai abbandonato?”

Ah, Amicus Amor