Aladino ha fatto i soldi – Visiting Dubai

Ho avuto la possibilità di passare qualche giorno di ozioso relax turistico a Dubai: nessun esame da preparare, tesi consegnata e una fiera di settore alla quale mia sorella avrebbe dovuto presenziare per lavoro… Quale scusa migliore per accodarmi?

La prima cosa che ho pensato scendendo dall’aereo è stata: “… E l’odore del mare dov’è?!” ma, nonostante quest’assenza (comunque considerevole), sole e caldo hanno accompagnato quel momento e i giorni a seguire, mai eccessivi, permettendo piuttosto una temperatura e condizioni climatiche più che favorevoli.

Non dirò delle visite turistiche, “della Vela” e delle altre altissime attrazioni: cadrei nei luoghi comuni che già da sempre si sono creati intorno a questa indiscussa mecca del lusso.

E non vorrei nemmeno parlare del lusso in sé; quanta retorica intorno a questo contorto concetto che apre a un corollario di tematiche importanti e serie, dall’american way of life alla società del benessere, fino a quella dei consumatori e dello spettacolo: è chiaramente questa, infatti, la scenografia che fa da sfondo a Dubai. La simulazione dell’Occidente, del suo stile, tenore di vita e modus vivendi: così vivono laggiù, fra torri principesche futuristiche (giocando a chi ha la torre più lunga…), spa del benessere fisico e ultraterreno, viste mozzafiato e lusso, lusso e ancora lusso, ovunque.

Il made in Italy, nonostante le più svariate accozzaglie cromatiche degne della più circense delle dive nostrane, si è accomodato negli iperbolici centri commerciali, le altre grandi griffe strizzano l’occhio alle reticenti signore burqate, le Ferrari si contano come le Mini a Milano e ovunque il Capitale ammicca al turista come al nativo, all’autoctono come all’alloglotta, nella più coerente delle persuasioni capitalistico-commerciali per cui devi comprare, spendere, per avere, quindi per essere. Perché è chiaro, Dubai è l’apoteosi capitalistica dello spettro economico che ci ha portati alla deriva: se “senza una lira/euro non sei nessuno” è stato il motto sempre confermato dalla mentalità diffusa di ciascuno, qui, a Dubai, lo stesso è valido in massimo grado, perché dove conta anzitutto il soldo, sarà nella sua assenza che scomparirà del tutto l’umanità. No money, no party. Anzi: no money, no soul. L’unico modo di ritrovare un’anima non è riprendersela dall’inferno cui si è precedentemente venduta, ma comprarsene un’altra allo shopping mall!

Tutto è “bello”, tutto è confortevole, tutto è pensato per girare intorno a te, come dice una nota pubblicità, persino le abitazioni dei lavoratori più umili (i nuovi schiavi), sono sì decentrate, ma comunque coerenti rispetto all’estetica complessiva delle costruzioni circostanti. Buon gusto? Dignità del lavoratore? Generosità? Social responsability? No: tutte ingenuità degne della più eco-socio-human-sostenibile delle sensibilità. La verità è che tutto è pensato per allontanare il più possibile dalla vista umana ogni minimo intacco di bruttezza nella vita quotidiana. La Bruttezza è bandita, cacciata, arsa sul rogo come una strega, giammai in pubblico, va da sé, perché l’esecuzione resti segreta, lontana essa stessa dal mondo, muta, infine cremata perché non ne rimanga che polvere, perché non resti neppure un cadavere da seppellire. Sarebbe imbarazzante.

E allora mi chiedo: può mai esistere bellezza autentica dove non v’è bruttezza alcuna?

Ai turisti l’ardua sentenza.