Alice contro il Tempo

“Lo so, lo sai, il tempo vola”, canta Venditti!
Ci lamentiamo spesso di un tempo che non abbiamo.

Quanti di noi non vorrebbero una settimana fatta di nove giorni per riuscire a fare quello che non si risolve in cinque, chi non vorrebbe un fine settimana di tre dì anziché due, e chi non godrebbe nell’avere un’ora in più soltanto, la sera, per stare con chi vuole e per quanto vuole … ?

La questione del Tempo, uno dei dilemmi caratteristici del pensiero filosofico, è ancora oggi una fonte di notevole incertezza concettuale. Penso che la ricchezza di questa problematica, nella cultura contemporanea, consista nella sua straordinaria articolazione multidisciplinare. Intendo dire che il Tempo entra in contatto con una moltitudine di narrazioni diverse, ma parenti fra loro, che vivono il nostro quotidiano: la narrazione filosofica, quella scientifica, quindi etica e così via. Quando penso al problema del Tempo mi vengono in mente autori diversi e antitetici fra loro, ma uno tra tutti li sovrasta prepotentemente: Dodgson, o meglio Carroll, l’autore “dell’assurdo racconto” di Alice nel Paese delle Meraviglie. Perché fascino e magia mi hanno stregato da bambino? Non credo, anzi: ho sempre amato quel mondo ribaltato di significati e interpretazioni che tuttavia, proprio sul Tempo, è riuscito a esprimersi in modo così chiaro!

Il viaggio di Alice comincia con un buco nella terra che conduce in un luogo sotterraneo, pieno di simboli misteriosi e di personaggi inquietanti, mai fermi nello spazio e nel tempo eppure eternamente chiusi in quel mondo. L’ingegnere di oggi vede nello spazio e nel tempo solo delle quantità oggettive, pensa di plasmare una cosa che già è e non pensa di poter creare egli stesso. Nel racconto di Alice, invece, “nulla è, perché tutto non è”!

Se è vero che ogni avventura nasce da una tentazione, come le Sirene per Odisseo incarnano quella del naufragio, la tentazione di Alice è quella di seguire un Coniglio Bianco eternamente in ritardo fin nell’abisso di un pozzo che sembra senza fine.

E non è forse un “Essere senza Tempo” (per citare il titolo di un successo del giovane Diego Fusaro) il Coniglio Bianco che denuncia in loop: “Ah, povero me! Siamo già nel terzo millennio! Che tardi che è! Presto che è tardi!”? Il Bianconiglio, col suo continuo tirar fuori l’orologio dal taschino del panciotto per poi nasconderlo subito e lamentare ritardo, è una serena e visibile allegoria di ognuno di noi, intenti più a lamentarci del tempo che passa che non a riempirlo di significato, sempre in ritardo ed in ansia per qualcosa che verrà, sempre nostalgici di quello che è appena stato. E se allora il Bianconiglio è il personaggio che rappresenta l’uomo divorato dal rapporto con il tempo (che non ha), in ritardo perenne, nel suo affaccendarsi privo di senso, il Cappellaio Matto fa del Tempo ciò che vuole, invitando Alice a ripensare completamente l’idea che ha dello scorrere delle ore e dei giorni. Tutto è messo in discussione.

Durante il tè (mai consumato davvero) del Cappellaio e della Lepre Marzolina arriva forse la più alta speculazione filosofica dell’intero racconto: “Mi pare che potreste impiegare meglio il vostro tempo – disse Alice – invece di gingillarvi con esso facendo indovinelli senza risposta”. Ma il Cappellaio zittì tutti confessando: “Se tu conoscessi il Tempo come lo conosco io, non ne parleresti con tanta confidenza. È un Signor Tempo, lui”. 

Tra il tempo di cui parla Alice e il Tempo del Cappellaio c’è una differenza: quello di Alice è quello che conosciamo tutti, benissimo, perché è quello degli eventi che si susseguono uno dopo l’altro, quello che spesso ci è avverso, altre volte complice. È quello delle azioni che si compiono nel presente, è fisico, ciclico, corporeo, si declina su una linea retta, è quello di tutti i giorni, quelli frenetici e quelli lenti, quello che inchioda le nostre abitudini su una croce, giorno dopo giorno.

Invece il Tempo del Cappellaio è il Tempo che rappresenta l’eternità, il Tempo infinito. 

È quello di cui Eraclito pronuncia la celeberrima “sentenza”: “Lui è un bambino che gioca e sposta le figure sul tavoliere. È il regno di un bambino”.

Un bambino che gioca come un ricordo, direbbe Paoli: “I ricordi sono come dei bambini, sanno inventare quello che gli va”. O, se preferite Guccini, è il Tempo che spera: “Che l’oggi restasse oggi senza domani, o che domani potesse tendere all’Infinito”.

Alice è circondata dalla Bellezza e, per usare le parole di un giovane filosofo di nome Svendsen: “Se il noioso è brutto, il bello ci fa dimenticare il tempo perché, come cosa eterna che basta a se stessa, colloca anche noi nell’eternità e ci riempie di beatitudine”.

Che sia un gioco nato per sfuggire all’incombenza della noia, che sia un diario di viaggio (o, meglio, d’avventura) serissimo e a-ludico, che sia tutto e il contrario di tutto, credo che, come sostiene Aldo Busi, apprezzatissimo traduttore dell’opera di Carroll,  Alice rappresentanti in maniera incontrovertibile “il desiderio di ritrovata verginità proprio dei bambini, per poi ricordarci che nemmeno da bambini siamo mai stati così innocenti come ci crediamo una volta adulti”.

Mette in scena, Alice, la fermità di un tempo che pure passa, senza farsene accorgersene, per ricordarci che buttiamo via un tempo che non abbiamo nemmeno più; per riconciliarci, come spiega e conclude Busi, “con la disgrazia più irrimediabile della vita: non essere mai stati adulti e poi, improvvisamente, non essere più bambini”.

Alice contro il Tempo