AMLETO (H)A 25 ANNI.

Intervista al regista Enrico Rubetti.

Qualcuno di voi (di voi lettori fedeli intendo – che Dio vi benedica sempre, anche perché altrimenti non lavorerei!) l’ha già capito: amo le parentesi e quando le uso nel titolo è perché vorrei provare a suggerire diverse chiavi di lettura. Il titolo è una sintesi del tutto, per me. Questa volta la parentesi serve a indicare due vie che espliciterò direttamente: “Amleto HA 25 anni”, nel senso che il dramma shakespeariano tocca (anche) chiunque si aggiri intorno a questa meravigliosa fascia d’età – meravigliosa perché mi riguarda, ovviamente – e non solo “pelli più mature”, come si potrebbe pensare e si pensa, di solito; ma vale anche “Amleto a 25”, perché a ri-proporlo a soli 25 anni è un ragazzo, l’intervistato Enrico Rubetti, giovane (e coraggioso) che debutta come regista confrontandosi con un capolavoro di statura magistrale: l’Amleto, appunto.
Dopo il successo di “V.E.R.D.I. non è morto” e de “I Quattrini” (diretti da Bianca Iannaccone, entrambi sold out), La Compagnia dell’Alchimia accetta l’invito del Teatro Franco Parenti di Milano a tornare sul palco per presentare “OFELIA DEVE BRUCIARE: ‘Dolce è la vendetta di una donna, quanto più tremendo è il suo amore’”, di Enrico Rubetti, spettacolo che si inserisce nel contesto del “Progetto Amleto” promosso dal teatro meneghino (in scena il 5 giugno alle ore 21.00, per chi volesse!).
Prima, tuttavia, permettetemi tutti – lettori, critici, amanti o detrattori che siate – di farmi dire in modo dichiaratamente antidemocratico che questo di Shakespeare rappresenta il testo in cui, in assoluto, più che in ogni altro, il teatro arriva a svelare la verità. Amleto, oltre ad aver aperto la strada ad un concetto nuovo, “moderno” di fare teatro, è anzitutto il dramma del dubbio. Il dubbio, l’incertezza sono i veri antagonisti sì dell’eroe, ma anche dello spettatore. Dubbio e ambiguità hanno la meglio alla corte di Danimarca, dove c’è incertezza tra essere e apparire (essere o non essere?), tra azione e pensiero, tra agire umano e indagine sull’umana esistenza. Numerosi i temi toccati da questa meraviglia teatrale, idee-valori-emozioni … filosofia-politica-religione … tutto è messo sotto scrutinio.
Sottotitolo o didascalia, per meglio orientarvi all’interno di questa intervista, sarà: “Poiché la fine precede sempre l’inizio”.

D: Debutto alla regia con Amleto, “opera matura per maturi” … ansia?!

R: Dunque, preciso subito che si tratta di una riscrittura, non dell’Amleto classico, dal quale ho preso la struttura drammaturgica di base per rielaborarla completamente. Qua la storia è praticamente ribaltata, Amleto è l’immaginario di un “Amleto possibile”, ma è tutto reimpostato. Il punto di vista è femminile, è quello di Ofelia, che mi serve da escamotage per una rivalutazione della donna amletica.

D: Proprio il teatro di Shakespeare ha visto invece numerose “critiche” ai ruoli “marginali” delle sue figure femminili, sovente messe da parte, sempre terze rispetto ai protagonisti veri e propri e al cuore dell’azione … dobbiamo forse aspettarci una Ofelia più come Antigone?!

R: È vero che la donna shakespeariana passa quasi sempre come per quella messa in secondo piano, che subisce, ma in questa rivisitazione non vuole esserci nulla di femminista, è solo una rivalutazione totale di Ofelia. Non è una lotta ai diritti della donna, bensì un pretesto drammatico a me congeniale per far emergere la considerazione totalizzante del personaggio di Ofelia. La passione amorosa stavolta è per un Amleto già morto: lei è “semplicemente” sola contro tutti. È una chiave dark di una Ofelia “con i cosiddetti”. Un’eroina gotica, oscura, che vuole vendicare la morte di Amleto con una volontà di distruzione che corrisponde alla sua pars destruens. Ofelia come Antigone? Sì se le intendiamo come due donne assolutamente protagoniste, portatrici di una novità nera, negativa: “ogni fine precede l’inizio”. Questo il messaggio che porta la mia eroina.

D: L’antagonista di Amleto nella sua versione canonica è il dubbio (almeno per me, ma oserei dire per “i più”): se stavolta Amleto è già morto, contro chi combatte Ofelia? Mi verrebbe da suggerire: contro il dubbio dell’amore stesso da lei provato, ma magari sbaglio.

R: Contro chi combatte Ofelia? … Se stessa. Lei sente forte l’eredità lasciata dalla nonna, condannata e messa al rogo per stregoneria, e la porta dentro come un tormento. Lei stessa non crede alla sua follia, non sa se credere all’apparizione del fantasma che le si manifesta dinanzi! È tormentata dal rapporto con la nonna. Come nell’Amleto classico, Ofelia non accetta un’apparizione come “reale” solo perché manifesta, palesata, ma si interroga sul senso di quella stessa manifestazione. Amleto ha bisogno di un teatro nel teatro per capire la verità, per smascherare la colpevolezza dello zio.

D: Spieghiamolo brevemente: il piano di Amleto consisteva nell’inscenare un dramma per verificare se le accuse che lo spettro gli riporta siano vere. Così va in scena un teatro nel teatro, ossia “L’Assassinio di Gonzago”, simile a quello accaduto nel dramma narrante, per osservare le reazioni del re: se il re si fosse mostrato turbato, infatti, ciò avrebbe significato che le accuse del fantasma erano fondate! Ricordato ciò, ti chiedo: preso atto di questo meta-teatro, di questo suggerimento di disvelamento in favore del vero, c’è qualcosa, un invito analogo che il pubblico deve aspettarsi?

R: Il tema amletico è l’equivoco, l’inganno, la dissimulazione. Non la bugia, come in Otello ad esempio. Per me, nella mia reinterpretazione, il tema vero è il conflitto generazionale, da qui l’invito del Franco Parenti per presentare uno spettacolo che si iscrive perfettamente all’interno del suo “Progetto Amleto”. Ofelia e Orazio sono due esempi, due esponenti diversi, seppur vicini nell’età inscenata, della generazione che rappresentano. C’è molto di più dietro questo invito a teatro: c’è l’invito (non solo) alla mia generazione, che è chiamata a mettersi in discussione, ad interrogarsi e soprattutto a non aver paura di farlo. A non aver paura della paura stessa possibilmente. È un grande seppur difficile tentativo di parallelismo col mondo di oggi: non si può creare sopra qualcosa di già ingombrante, ma bisogna abbattere per ricostruire. Il vecchio mondo è corrotto e marcio, deve morire per far rinascere il nuovo. Per lasciare spazio alla nuova venuta.

D: Tema attualissimo. E quando dici: “bisogna abbattere per ricostruire, il vecchio mondo è corrotto e marcio, deve morire per far rinascere il nuovo”, mi viene in mente una frase dalla Città del Sole di Tommaso Campanella: “Prima si svelle e monda, poi s’edifica e pianta”.

R: Esattamente, è quello che intendo. Ma non bisogna neppure cadere nella scorciatoia del luogo comune per cui “il nuovo è sempre meglio del vecchio”, a prescindere: “il mio Orazio” è un giovane egli stesso dibattuto, incerto, titubante. Non sa se sia meglio salvare o abbattere, è in crisi, eppure è “un nuovo”. E poi c’è l’accidentalismo, il caso, il fato: ognuno combatte per quello in cui crede, ma tutti alla fine dovranno fare i conti con un nemico comune che minaccia di abbattere qualsiasi cosa. Quindi, alla fine, nemici e alleati dovranno ri-allearsi tutti contro un terzo ed ultimo nemico! Sì, combattono tra loro, ma anche contro un nemico comune che li rende, paradossalmente, vicini e complici. Stavolta ho voluto immaginare un Amleto che si mettesse tra bene e male, un fantasma burlone, “un Mercuzio spiritato”, che mette i bastoni tra le ruote a chiunque!

D: La cosa più difficile da realizzare praticamente?

R: Dunque, almeno due difficoltà principali. La prima riguarda la fase di scrittura, la drammaturgia del testo: la sfida principale è stata trovare qualcosa di innovativo, trovare la novità dal vecchio, pur salvandolo, garantendolo. Essere fedeli, interpretare e innovare, insieme. Poi la regia: non lavorare con gli attori, ma sugli attori. La recitazione è sempre un lavoro di “sottrazione”. Dirigere un attore significa lavorare in simbiosi con lui, ma senza assecondarlo: egli ti propone una sua personale soluzione recitativa e tu, come regista, hai il compito di affinare, livellare e definire i contorni del suo prodotto artistico. È come modellare la creta, per usare una metafora abbastanza calzante. Non serve aggiungere nulla, anzi: più si aggiunge e più si rischia di rendere stucchevole la performance. L’importante è saper “togliere”: quel che resta alla fine è l’autenticità di una menzogna (dell’attore) che è la verità del personaggio stesso. È un rapporto di equilibrio, di sintesi interpretativa. Come infatti diceva Gassman, “L’attore è il bugiardo a cui è richiesta la massima sincerità”.

D: Domanda Provox (dal tono, ammetto, un po’ stronzetto): “Amleto (h)a 25 anni”, s’è detto … dimmi la verità: Ingenuità o Coraggio?!

R: Entrambi, ma anzi … incoscienza! Ci vuole coraggio, spavalderia e sì, incoscienza. Fa parte del mio lavoro. Chi fa questo mestiere deve essere fondamentalmente un incosciente, deve abbandonarsi al lavoro che sta facendo per far vedere un prodotto che risulti il più possibile naturale, seppur naturalmente artificioso. Perché tutto va via in 90 minuti, ma dietro ci sono mesi e notti di preparazione … che spero portino i loro frutti!

Il mio è un invito, molto informale, a mettersi in discussione anche quando si crede di esser solo spettatori: mercoledì 5 GIUGNO, alle 21.00, passate al Teatro FRANCO PARENTI di via Pier Lombardo 14.
Ofelia ed Io ci saremo.