Appuntamento con Ornella Vanoni

Devo scriverlo subito, prima che la memoria e il tempo s’impossessino del ricordo e portino via con loro il profumo dello stesso.

Devo dirlo ora che ancora non ci credo, perché crederci significherebbe accettare la realtà e la realtà è sempre meno del sogno, almeno per me che sono un romantico praticante. Ecco allora che, per una sera, forse, uno dei miei sogni s’è fatto realtà senza che questa gli strappasse il vestito di dosso, come fanno le perfide sorellastre di Cenerentola, pronta per il ballo. È stata cordiale e generosa, la realtà, come una puttana dal cuore grande, permettendo che per quattro eterne ore d’incredulità mista a commozione il sogno le stesse accanto, come un’ombra fedele.

Sono stato cavaliere di Ornella Vanoni per una serata intera. Ecco tutto. Di giornalistico non c’è un bel niente da dire… ma in fondo, chi se ne frega? Parlo di un’emozione che è sì autoreferenziale, legata a un ricordo personale, individuale, ma che subito diventa universale: basta leggere nella mia prima persona singolare quella di tutti, di tutti voi e noi che abbiamo sognato almeno una volta nella vita di incontrare il nostro mito, il nostro eroe, la donna o l’uomo dei sogni nostri. Lasciamo spazio alla retorica, ricordando che non è mai il fine, ma solo il mezzo.

Tutto è cominciato alcune settimane fa, quando un’amica in comune mi ha telefonato per chiedermi se, in occasione di una sua conferenza, fossi stato disponibile come accompagnatore per una sua amica “importante”, tale “Ornella”, appunto. “Ma Ornella chi?!” – chiedo –  “Ma Ornella Vanoni, Marco!” – “…”. Il silenzio scioccante e scioccato è stato il mio “Sì, lo voglio!”, anche se “l’altro me” diceva “non crederci fino a quando non (la) vedi!”.

L’avevo già conosciuta, ad esser onesti, avendo avuto il piacere e l’onore e la sorpresa di intrufolarmi in casa sua grazie a questa nostra amica in comune, giusto il tempo di un caffè mai consumato. So già che non si ricorderà di me. Poco male, penso: ho una seconda possibilità per vivere “una prima volta” con lei. Ed è così che mi sento, come un ragazzino che sta per perdere la verginità, che sta per fare l’amore per la prima volta.

Mi viene fornito quindi il numero di telefono per contattarla, “per metterci d’accordo” prima della serata, come si dice. Già all’idea di chiamarla al telefono me la sono fatta addosso. Ho sbiadito la voce come nemmeno lei prima di salire sul palco. “Pronto?” – “Buonasera Signora Vanoni, sono Marco […] a che ora preferisce che la passi a prendere?” – “Faccia alle 7. Buonasera…”. Telegrafica, reticente, essenziale, mi dà giusto l’indirizzo e attacca. Mi presento con quaranta minuti di anticipo. Agitatissimo. Faccio fuori due sigarette una dietro l’altra, ma non in macchina, per evitare di infastidirla con la puzza di fumo mista alla mia di sudore freddo, gelido ancor più dell’aria che tira in questa sera di fine novembre a Milano. Citofono: “Sono Marco, quando vuole, la aspetto…”
– “Eh dammi dieci minuti, c’ho il cane l’allarme la porta ecc…scusa”. Per coerenza con lei e con l’attesa che mi irrigidisce canticchio: “Amore fai presto, io non resisto…se tu non arrivi, non esisto no, non esisto”. Eccola che arriva. Ce ne ha messi quindici, di minuti, ma altri dieci passano prima di salire in macchina con Why, il suo timidissimo cagnolino abituato a vivere “on the show”. A settantanove anni (tranquilli, da donna intelligente qual è, non fa mistero dell’età, anche perché non ne ha motivo) è ancora bellissima. Intrigante come l’amante che non hai mai avuto ma che hai sempre desiderato. Erotica come la fidanzata del tuo migliore amico. Distaccata anche nel passo, come se non fosse totalmente di questo mondo, o come se di questo mondo avesse già provato tutto.
Le apro la portiera, da cavaliere, ma lei mi dice di non preoccuparmi, con tono secco. Obbedisco. Saliamo in macchina, ma prima di mettermi in marcia mi fermo per qualche frazione interminabile di secondo a guardarla. Sto realizzando solo ora: sono in macchina con Ornella Vanoni. Esprimo un desiderio: “Fermati attimo, sei bello”, come si dice nel Faust di Goethe.

Il Grande ufficiale Ordine al merito della Repubblica Italiana, la cantante della Mala, la Signora della canzone, la musa per cui Gino Paoli ha scritto le più belle canzoni d’amore di sempre. L’interprete più raffinata di Luigi Tenco, colei che ha cantato e recitato (in un fare solo) le parole di Giorgio Strehler (storico suo amore), Dario Fo, Fiorenzo Carpi, Gino Negri e Fausto Amodei. Ornella Vanoni del periodo jazz, ora finalmente ripreso con successo nelle sue serate, dalle grandi collaborazioni internazionali con George Benson, Gil Evans, Herbie Hancock, Ron Carter. Marco, ti rendi conto? Ornella musa di stile per Ferrè, Versace, Valentino. Ornella che è un ponte col Brasile, con la sua suadade musicata da Toquinho e tradotta in italiano da Sergio Bardotti. La Vanoni che posa nuda per la versione italiana di Playboy chiedendo come compenso una sfera di Arnaldo Pomodoro, col quale nasce una profonda amicizia, tanto che l’artista curerà la scenografia dei suoi spettacoli nella fortunatissima tournée di Sheherazade. Ecco, mi passa tutta la sua carriera di cantante davanti, dietro, ovunque. Scatto una fotografia con gli occhi prima che la fretta rapisca quell’attimo d’interminabile meraviglia. Mi sento il ragazzo più fortunato del mondo. Goffamente, cerco di nascondere l’emozione ostentando sicurezza e calma. È la carta vincente. Recito divinamente me stesso, lei apprezza, lo sento. Nel tragitto che ci porta dalla sua abitazione al luogo dove si sta per svolgere la conferenza parliamo di tutto un po’. Mi chiede di me, cosa faccio cosa studio cosa voglio fare dopo e perché. È curiosa come una ragazzina. Mi parla di sé, dei suoi nipoti (amatissimi), di quanto la sua nipotina stia crescendo bene e di quanto sia contenta di questo, ma anche degli uomini che non ci sono più: “Basta, mi sono rotta, non ho più voglia di soffrire, meglio sola!” … la ascolto come un Ulisse liberato dalle corde che lo trattengono alla nave per impedirgli di arrendersi alle sirene. Mi tuffo nella sua voce, come un naufrago senza zattera. Parliamo dei libri che stiamo leggendo, me ne consiglia alcuni, io altri. È informata, attenta, “sul pezzo”, colta, raffinata nelle letture come nelle scelte musicali (ça va sans dire). Che donna interessante, che testa, che bel momento. Che fortuna, Marco.

Arrivati a destinazione ci fermiamo fuori qualche minuto prima di entrare, Why deve fare i bisognini. La serata trascorre tra i quadri di un artista, la presentazione di uno scrittore di successo e quella della nostra amica poetessa, più la lettura di alcune poesie da parte di alcuni interpreti, tra cui Arrigo Vecchioni, il figlio di Roberto, anche lui presente. Si incontrano, Roberto e Ornella, e penso che sto assistendo ad un momento oltre la magia, oltre il sogno, oltre tutto ciò che di irreale e metafisico può esserci. Si scambiano un abbraccio lungo, sincero, in mezzo a qualche battuta sull’età che passa per entrambi. La sala è gremita di gente: hanno gli occhi addosso e qualcuno azzarda la proposta: “duetto ora!”. Loro, che hanno collaborato davvero insieme anche recentemente, fan finta di nulla. Capisco che non va pazza per le richieste dei fan, spesso inopportune e fuori luogo, per cui respingo per lei quelle più pressanti. Non mi dice nulla ma mi ringrazia con un cenno di approvazione. La serata sta per concludersi quando Ornella, finalmente ben disposta e allegra (complice un bicchierino innocente di vino, confesso) intona qualche canzone. Cala il silenzio per lasciare spazio a lei, la grande interprete. Riconosco subito il pezzo: sta interpretando “Averti addosso”, storica meraviglia scritta da Paoli e regalatale durante la loro ultima tournée insieme. “Vorrei che questa canzone la cantasse Ornella, perché sono sicuro che la farà molto meglio di me”, disse lui. Fu, ed è sempre, standing ovation. Qualcosa rallenta la perfomance: ad un certo punto Ornella prolunga una nota, cerca uno sguardo complice fra il pubblico ma nessuno capisce; intervengo deciso, facendomi spazio tra gli altri per mettermi di fronte a lei. Capisco che ha un vuoto di memoria e allora le suggerisco la strofa successiva, che canta guardandomi fissa negli occhi ma attenta al labiale, per poi concludere in un abbraccio complice che sento carico di ringraziamento e che mi fa sentire come un eroe di guerra, epico, trionfante e acclamato dalla folla. Tutti mi ringraziano, quasi mi sento in imbarazzo, anzi lo sono per davvero, ancor più dopo il calore della sua stretta. Siamo davvero alla fine, già mi sento triste. Non voglio separarmi da lei e allora mi intrattengo con la nostra amica, dicendole solo “grazie”, dandole un abbraccio che spero le abbia fatto capire quanto grato le sono per questo regalo che mi ha fatto.

Ornella parla con alcuni relatori della serata, saluta cordialmente gli amici, si avvicina a noi che stiamo ancora in un religioso silenzio colmo di gratitudine e amicizia, e scherzando chiede: “Mi riporterebbe a casa, cavaliere?”. Usciamo, la aiuto con la borsa, il cane, il collare e tutto l’armamentario da opliti invernali. Si aggrappa a me, tenendomi a braccetto. Ci fermiamo qualche altro istante a guardare certe sculture. Quasi stanca, quasi romantica, poggia la testa sulla mia spalla. Non so con quale coraggio, lascio che la mia testa sfiori la sua, in una scena che sembra presa dal più banale e quindi dal più vero dei film d’amore. Ornella e il Vagabondo. “Che bella serata”, sussurra. Rimango in silenzio, perché qualsiasi cosa avessi detto sarebbe stata come un urlo in sacrestia. Saliamo in macchina e ascolto una delle mie canzoni preferite, “Desert Rose”, di Sting. “Le piace Sting?” – chiedo – “Follemente”. Tiene il tempo con una mano, intona due note: ha un vibrato da far invidia alla più dotata delle debuttanti. Mi guardo da fuori: sono in macchina, da solo con Ornella Vanoni che intona Sting, solo per me, solo per noi due. Ha ragione Jovanotti: “La voce della Vanoni ti rimane addosso come un profumo”. Scherziamo, ridiamo, ci scambiamo battute su battute. Anche io azzardo: lei apprezza e ripaga con la stessa carta. Se non conosci Signora Ironia, certo è che non potrai mai stare da solo con Ornella Vanoni.  Basta: siamo arrivati. Vorrei chiuderla dentro, non lasciarla mai andare via, chiederle di rimanere per restare in silenzio a guardarci negli occhi, come quando ha cantato col mio aiuto. Invece la lascio andare. Accosto, apro le sicure della macchina: “Ciao amore, grazie per stasera”, mi dice. E si congeda, regalandomi un bacino. Divertita, la vedo canticchiare ancora mentre apre il cancello di casa, con Why in braccio, anche lei allegra. No, non si gira. La seguo con lo sguardo per assicurarmi che entri anche dal portone, per poi abbandonarla alla memoria che avrò di quella scena.

Lascia un vuoto incolmabile, quello del mito. Un ricordo indelebile, quello della donna. Sono eccitatissimo, devo rientrare subito a casa per vomitare sul foglio le emozioni che mi attanagliano lo stomaco da ormai quattro ore. Ed eccomi, allora, mentre scrivo “tutto ma non proprio tutto”, perché ha ragione Alice (nel Paese della Meraviglie) quando dice: “I ricordi non stanno mai fermi”. E così il ricordo di questa serata continua a muoversi dentro me, in un misto di profumi, di sguardi e di sanissima retorica immaginativa che mai come questa volta si fa perfetta scenografa. Sono pazzo di lei. Sono un pazzo che cerca di fare star fermi i ricordi. Marco, “accettare questo strano appuntamento, è stata una pazzia…” .