Being G-LOCAL

Lo dico subito: questa storia che “la globalizzazione porta sempre con sé cose nuove e buone” non mi è mai piaciuta, per nulla.

La novità a tutti i costi è la cosa più vecchia del mondo.
Di recente ho trascorso qualche giorno a Londra, dove ho degustato in caffè/bar & pub dall’insegna (e pure dal menù) col tricolore italiano, ma tutti gestiti da cinesi, ristoranti di cucina orientale gestiti invece da “italiani in affari” e pizzerie “italo-anglo-franco-ispanico mediterranee” dove non ho voluto indagare nulla oltre a quello che avevo nel piatto … meglio non sapere chi sta in cucina in questi casi! Il cibo è l’esempio quotidiano che mi fa capire quanto la commistione di generi ed etnie si faccia cultura nuova e imponente sulle altre, spesso sovrastandole. È quella che, non solo per il mondo degli chef, si chiama “esperienza fusion”. Anche a Milano vediamo più sushi restaurant che pizzerie oramai: al di là dei trend setter, la gente si illude di poter viaggiare restando seduta al tavolo.

Dall’enfasi economica con la quale è nata, la globalizzazione ha finito con l’occupare aree del vivere civile e sociale che non le erano affatto proprie e dovute. Più che rappresentare una realtà vera, compiuta, vissuta, vivibile e descrivibile a posteriori, la globalizzazione credo sia in veritas una tendenza, una “moda”, tuttalpiù un’utopia (tranquilli: tuttalpiù scritto tutto attaccato è ancora una forma esistente, solo poco usata).

Molti sembrano non capirlo, ma la globalizzazione economica va di pari passo con quella culturale, perché alla fine altro non è se non il prodotto di come l’assetto planetario dell’economia e della finanza si traduce in forme socioculturali. Punto.

La nuova realtà cosmopolita è fatta soprattutto di fenomeni intangibili: penso alla moda, anzi alle mode, che attraversano continenti interi e che si affermano subdolamente con la maschera ignobile e dissacrata della democrazia, quando nel loro corpo scorre sangue oligarchico e un carattere dittatoriale. La democrazia è fallita, e con lei pure la libertà: “Con questa storia della libertà non ci rendiamo conto che viviamo in una splendida rappresentazione della schiavitù”, dice un’anarchica Nicoletta Strambelli, regina aristo – hippie della canzone italiana.

Mi chiedo allora: oltre ai consumi, alla finanza e alla globalizzazione stessa, cosa rimane di umano nelle nuove “metropoli interstellari”?! Ulrich Beck, sociologo di chiara fama, propone la teoria della“Globalizzazione delle emozioni”: una compassione cosmopolita, capace di avvicinare ad una solidarietà e disponibilità ormai solo utopiche. Un “Meticciato virtuoso” da intendersi come la fusione virtuosa di ciò che c’è di più nobile da ogni angolo del mondo. Perché essere meticci vuol dire, in questo caso, essere cosmopoliti senza rinunciare alle proprie radici, significa essere insieme globali e locali: glo-local.

Morale? Se viaggiamo, facciamolo davvero! Essere italiani non vuol dire cercare la pastasciutta in ogni angolo del mondo, fare l’aperitivo alle 6 p.m. quando alla stessa ora magari si cena, ostentare “moda e senso dello stile” dove non contano nulla o cercare l’aggancio per entrare nei locali in paesi in cui se superi la fila ti sbattono in fondo a calci in c**o.

E se all’estero un ristoratore si spaccia per italiano, inveite! Difendiamo l’Italia, la sua cucina, il Made in Italy e tutti i suoi luoghi comuni, belli e brutti che siano!

Se poi un cinese vuole a tutti i costi invitarvi fuori per una pizza, perlomeno offra lui …

Being G-Local