HABEMUS HUMILITAS

Da quel balcone in Piazza San Pietro, nel 2005, si affacciò l’Umiltà vestita di bianco.

Quali straordinari coraggio e amore e meraviglia sono apparsi col gesto di Papa Benedetto XVI, con la dichiarazione di rinuncia all’Ufficio di Romano Pontefice, al Soglio Petrino.

“Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’Inferno non prevarranno contro di essa. E a te darò le chiavi del Regno dei Cieli; e ciò che legherai sulla terra, resterà legato nei cieli, e ciò che scioglierai sulla terra, sarà sciolto nei cieli” (Matteo 16:16-18). Queste le parole di Gesù che rimangono, per i fedeli, come incise nella roccia, anzi nella pietra, la stessa su cui è sorta la Santa Chiesa Cattolica. “Chiesa” viene dal greco Ekklesia, che significa “adunanza, convocazione”, quindi “chiamare la gente, per riunirla in un certo luogo”. E quale gente? Tutta la gente, perché “Cattolico” vuol dire “Universale”. E perché Santa? Perché “santo” si dice di chi è “sanctus”, cioè di colui che ha “sancito” un legame, un’alleanza. Dovere dei cattolici è quello di rimanere sempre fedeli al Papa, in forza di quel motto che spesso ripetono e che recita “Cum Petro et sub Petro”, memori di quelle parole di Cristo. Grazie ai potenti mezzi che la comunicazione offre è stato più facile rileggere a ritroso alcune parole del Papa, come quelle pronunciate durante la sua prima messa di pontificato, quando disse: “Non lasciatemi solo, pregate per me, perché io non fugga per paura dinanzi ai lupi”. Solo ora possiamo capire a cosa si riferisse, anche alla luce dei “numerosi venti che hanno scosso la Casa di Dio” (vedi il caso Vatileaks, lo Ior ed i vari scandali per pedofilia ecc.) e che hanno fatto il giro del mondo.

Già la scelta del nome Benedetto, che è quello del Santo patrono d’Europa, era tutto un’antifona dell’eco globale che il suo pontificato avrebbe vissuto. Ma chi è davvero quest’uomo dai modi raffinati e dall’aspetto così formalmente freddo? È, anzitutto, un Papa che non ha temuto in alcun modo il confronto col suo “mondano” predecessore, tanto da aver scelto di non imitarlo in nulla. Giovanni Paolo II, con la sua potente forza comunicativa, la sua figura carismatica e quasi ammiccante, non camminava: incedeva solenne!

Benedetto XVI ha scelto di muoversi con passo svelto ma serafico, quasi titubante eppure convinto. Se da una parte Giovanni Paolo II dominava la scena, Benedetto XVI ha avuto cura di spostare l’attenzione non sulla iconica e persuasiva forza dei gesti, che rimangono in lui timidi e compunti, bensì sul messaggio che ha cercato di traghettare. Non da credente, bensì da persona (presuntuosamente) intelligente, mi sono sentito quasi offeso davanti ai giudizi impavidi di tanti, competenti e non, circa le dimissioni di Ratzinger. Offese vere e proprie, accuse gratuite o peggio esaltazioni e manifestazioni di felicità per un gesto interpretato come debolezza (e quindi interpretato malissimo), una miriade di fesserie illecite uscite da bocche sporche e affamate di cattiveria e odio: di fronte a simili reazioni, chiedo scusa (ma anzi, no), la mia risposta è unica e sentenziosa… che schifo! Che schifo vedere come tutti, dico tutti, siamo disposti a giudicare, a gridare allo scandalo, quando non ricordiamo che il vero scandalo, quello da imitare, lo diede quel tizio che disse per la prima volta “non giudicare, ama il prossimo tuo e pure il tuo nemico”! E noi, invece, pronti a giudicare dal mattino alla sera senza nemmeno sapere cosa, chi, quali idee, se sono buone o cattive, se vere o fantasmi! E non nascondo di sapere che dalla bocca della provocazione (in questo caso, la mia) non pochi fra amici e meno amici si aspetterebbero l’attacco, la ferita e pure il colpo di grazia. Vergogna, lo dico con sincera delusione: non possiamo più permetterci di essere così superficiali da lasciarci persuadere dal nulla dei nostri pregiudizi, spesso troppo influenzati dalla “voce del popolo” o da quella dei mass media. È, questo, un atteggiamento che ha profonde conseguenze anche su altri piani del vivere comune, e il risultato elettorale (quale, appunto?!) delle freschissime elezioni ce lo conferma col semaforo lampeggiante fisso.

Benedetto XVI, per chi non avesse mai letto nulla della sua prosperosa produzione, svela tutta la sua grandezza proprio nel leggerlo. Una figura enigmatica, certamente, chiusa in una dimensione quasi fuori dal mondo. “Un pontefice incompreso, non accettato, addirittura ripudiato da quella maggioranza di credenti, cattolici per battesimo, ma non per convinzione e passione, desiderosi di vedere nel pontefice solo l’immagine di un pio e simpatico nonnino, e non quella dell’ineccepibile teologo, della saggia guida morale, del gigante intellettuale”cit.

Ratzinger ci ha mostrato, e l’ha fatto “in diretta”, quando a guardarlo c’era il mondo, che è disposto a pagare in prima persona pur di affermare tutto quello che pensa. Già nella via Crucis del 2005 aveva urlato “con voce di silenzio sottile”, per usare le parole della Bibbia, il bisogno di “pulizia all’interno della Chiesa”. Detto, fatto: ecco allora le indagini avviate per scovare il male, le celebri norme antiriciclaggio per lo Ior, le severissime norme per combattere la pedofilia, che ora sono solo un esempio della sua silenziosa rivoluzione in itinere, di cui queste dimissioni non rappresentano la resa, ma solo uno step in medias res.

Abbiamo visto scendere in campo un pontefice coltissimo e raffinato, umilissimo, dai modi eleganti, quasi aristocratici, che ha saputo parlare di tutto ed ha osato parlare di tutto, e che non solo non ha temuto il confronto con nessuno, ma lo ha anzi ricercato, lanciando continue provocazioni a quella stessa sub-cultura laicista che non è in grado di ribattere se non con insulti, proteste sterili, anticlericalismo da bar, ma soprattutto calunnie e menzogne. “In un mondo in cui la menzogna è potente, la verità si paga con la sofferenza”, afferma non a caso Raztinger. È forse la frase che più mi ha segnato.

Magistrale lezione quella del Papa, una vera sberla morale a tanti “colleghi” in sottana e pure in borghese: la “vera” poltrona la conquisti quando sai lasciarla, facendo un passo indietro! Chissà che qualche politico non abbia colto questo silenzioso invito …

Che gesto aulico e sub-lime, che schiaffo ma anzi che pugno nell’occhio di tanti guardoni buoni a nulla. Ecco come l’umiliazione di un uomo, proprio in senso etimologico (humilitas), lo eleva alto nei cieli per la gloria eterna: gloria giammai di gladiatore vincente, bensì di “umile lavoratore nella vigna del Signore”.

La vera provocazione è stata quella di usare l’umiltà come arma davanti al potere, quello che un Papa, non un semplice capo, ha scelto di lasciare, mentre noi tutti, effimeri portatori di un potere aleatorio come quello delle nostre vanità, viviamo la vita come la ricerca continua del potere stesso. Ecco il senso del motto “Per esser grandi, bisogna esser umili”! Ma, va da sé, questo è solo un umile punto di vista: il mio.

Habemus Humilitas