La strada salverà il mondo

DALLA PERSONALE DI BRUNO POZZI.

In occasione del progetto “Bridge the Gap 2013”, che prevede la prossima costruzione di due ponti sul Naviglio Grande, a Milano Lombardini22, indirizzo e nome dello studio di architettura e ingegneria tra i più prestigiosi in Italia, ospita la personale dell’artista Bruno Ben Pozzi, battezzata “C’è solo la strada”.

L’esposizione, nata con l’ottica di rendere un metaforico omaggio allo sforzo di ricondurre la distanza, il “gap” appunto, tra l’uomo e la (sua) verità, rimarrà in questa sede importante fino al 31 dicembre 2013.

Questa volta Provox è stato invitato a riflettere sulla produzione di un artista che in questa esibizione si manifesta in modi diversi ma fratelli, tra disegni semplici, dipinti acrilici e una scultura in resina a dimensione reale.

Fil rouge di questo percorso è il percorso stesso, la strada, vissuta con i suoi abitanti, pieni e ricchi di una solitudine raggiunta, vissuta come il traguardo segnato alla fine della vita. Chiedo all’artista: “Da dove comincio?” – risposta – “Da dove credi, scegli una strada qualsiasi: non devi arrivare da nessuna parte!”.

Pozzi racconta il cammino della vita con passi educati, lenti, in assoluto e dichiarato contrasto rispetto alla frenesia dei nostri. Tratti originali, i suoi, che rappresentano una, anzi, la strada, il suolo vero, che diventa ora luogo di rifugio, ora di rassegnazione o di semplice riposo, di rinascita. Una caverna platonica, per nulla mitica stavolta, ma anzi popolare e condivisa, ripensata per ospitare tutta la luce che a non vedere siamo proprio noi, uomini comuni e comunemente considerati illuminati solo perché cresciuti nel cosiddetto benessere. Chi abita la caverna allora? Dentro la caverna dimora una signora dall’aria burbera, proprio come t’immagineresti il protagonista de Il Bisbetico di Menandro, con il volto scavato dalle rughe che sfociano sulla fronte come il delta di un fiume, i capelli d’argento raccolti e gli occhi di cioccolato fondente. Una vecchia, perché dire anziana è troppo bon ton e Pozzi detesta queste formalità borghesi, che ti guarda con la fierezza di un militare sopravvissuto alla Guerra. Una barbona, come tutti gli altri protagonisti di questa narrazione muta, che nelle case di asilo sociale non va perché “la strada è casa mia”.

Riporto quanto ha osservato il critico d’arte Giuliana Falciola nell’introdurre la mostra:

“Protagonista della poetica di Pozzi è un uomo caduto a terra, per strada. Una strada ‘buona’, intesa – alla maniera di Gaber – come percorso, non come miseria […] per raccontare il senso della vita: non come ‘possesso’, ma come ‘cammino’ […] La strada di Pozzi sorprendentemente perde il connotato di mezzo e diventa fine”.

Nessuna retorica spicciola intorno al mondo dei cosiddetti invisibili che vivono per strada, nulla di eminentemente aulico, nessuna sofisticatezza. Anzi: un ritorno alle origini, alla povertà del disegno, alla semplicità della tecnica che solo i grandi si possono permettere e che si instaura dentro a un discorso di coerenza semantica e concettuale rispetto alla povertà rappresentata. Povera la tecnica, povero il soggetto. Misere semplicità, quelle dei soggetti e delle modalità figurative utilizzate, che paiono a fine percorso come epifanie di una bellezza ritrovata, rinata, resuscitata da quegli stessi corpi abbandonati all’angolo della strada. Nessuno è una star. Tutti ci troviamo per strada, dopo aver visto la rappresentazione di Bruno. In mezzo a una strada, come si dice in questi casi. E allora gli sguardi si incrociano fra gli invitati e iniziano e temere che nello specchio degli occhi altrui si possa intravedere la propria miseria, il proprio schifo e la debolezza di ciascuno. Certi occhi si perdono nella rassegnazione, altri nella vergogna, altri in se stessi. Solo i più generosi di loro si perdono nello sguardo altrui, per regalare il tesoro più prezioso: solidarietà, intrisa di condivisione. “La vera compassione non consiste solo nel gettare una moneta a un mendicante, ma arriva a comprendere che un edificio che produce mendicanti ha bisogno di essere ristrutturato”, recita un aforisma di M.L.King che Pozzi riporta in un suo lavoro.

“Mentre attraversiamo di corsa, ignorando chi e cosa ci sta intorno – continua Giuliana Falciola – l’artista ci spinge ad osservare, fra gli altri, un uomo che giace inerme su una panchina, addormentato. La cravatta rosso sangue, che quasi lo strozza, è simbolo di un cordone ombelicale non tagliato, del nostro essere indifesi e abbandonati, sulla strada della vita.

La strada è dunque solo disperazione?

No. Pozzi ci invita alla riflessione, a cambiare il punto di vista. Perché a terra cadono anche i semi e quindi il suolo diviene culla, rinascita. Per la natura il terreno non è ripiego, ma potente matrice. Qui cresce l’albero, l’intreccio di rami che lega il suolo al cielo [il riferimento è a uno dei lavori che ha avuto più successo].

Ma allora i legami che sorgono dal suolo non sono in contraddizione col tradizionale binomio strada-libertà?

E qui l’Arte non dà certezze, semmai può indicarci… una strada…”.

Una ritrovata bellezza, insomma, come quella promessa alla salvezza del mondo, che parte dalle ceneri per tornare cenere, senza l’ipocrisia e la presunzione di voler esser cipria. Speriamo solo che abbia un gps incorporato, Madama Bellezza, e che il segnale funzioni abbastanza bene da farle trovare la strada giusta. Ma che dico… speriamo si perda invece, e che percorra più strade possibili, tante da ritrovare quel senso di autentica gioia che si prova in quelle sere in cui, per non tornare a casa, ci si inventa un itinerario improvvisato ma pensato precisamente, lungo abbastanza per farci ritrovare la forza di rincasare.

Ecco allora che questa personale parla a tutti coloro che hanno la forza di non rientrarci, a casa, ma che anzi hanno la forza di ammettere e confessare la propria volontà di perdersi: semplicemente perdersi. E non è forse, questo luogo sconosciuto in cui ci si è persi, quella strada segnata dal nulla che Pozzi ci invita a percorrere?

Confido nella generosità delle indicazioni di uno sconosciuto: quello che in mezzo a quella strada incontrerò.

Vi saluto con una poesia che Arrigo Vecchioni (sì, il figlio di Roberto!) ha scritto per l’occasione e che verrà proposta con la partecipazione della poetessa Elena Pagliacci il 28 novembre p.v., alle ore 20, nella stessa sede di Lombardini22.

Chissà che, per caso, una strada non vi porti da quelle parti…