Leali di Redbull

Leggo questo articolo da IlFattoQuotidiano (http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/10/08/red-bull-non-mette-le-ali-lazienda-paga-13-milioni-di-dollari-per-spot-ingannevole/1148401/) e dico che non abbiamo capito niente. Niente di quello che la pubblicità è e deve essere per distinguersi da ogni altra forma di comunicazione esistente. Dico che continuiamo a procedere nei ragionamenti, nei commenti e nei giudizi (non senza conseguenze, com’è questo il caso) su quella originaria confusione strutturale che vuole vedere la pubblicità solo come mera leva del marketing. Pubblicità=marketing, dice il topos comune. Accusata e messa al rogo come le streghe di una volta. Proprio lei, la pubblicità, che paga per sfogare la propria creatività. Proprio lei, che della creatività garantisce uso e tutela all’articolo V dello stesso IAP (Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria – http://www.iap.it/il-diritto/codice-e-regolamenti/il-codice/).

“Red Bull non mette le ali e dovrà pagare una multa di 13 milioni di dollari per pubblicità ingannevole. Il gruppo austriaco che produce la bevanda energizzante ha patteggiato negli Usa la cifra richiesta nell’ambito di una class action che contestava quanto dichiarato nello spot, ossia che il drink migliora la concentrazione e la velocità di reazione. Chi ha fatto causa si è appellato alla mancanza di un supporto scientifico e all’uso forviante di parole come ali e dare la carica che darebbero ai consumatori l’impressione, solo apparente, di ricevere un rafforzamento psico-fisico. In una breve nota Red Bull conferma di aver scelto la via della transazione per evitare un lungo e caro iter giudiziario negli Usa. Il marketing di Red Bull – sottolinea il gruppo – è sempre stato umoristico, veritiero e corretto. La class action ha contestato, però, l’assenza di una dimostrazione scientifica anche per le affermazioni dell’azienda che, sempre tramite uno spot, affermava che la Red Bull conterrebbe più caffeina di qualsiasi altra bevanda energetica o di svariate tazze di caffè”.

red bull

Cerco allora Red Bull su Wikipedia: “Red Bull è una bevanda energetica commerciale, pensata per un uso specifico in momenti di stress e affaticamento, prodotta dalla compagnia austriaca omonima Red Bull GmbH di Salisburgo”, leggo sull’enciclopedia libera. (http://it.wikipedia.org/wiki/Red_Bull). Così continua, a proposito della sua pubblicità e delle scelte di marketing: “Per quanto riguarda la pubblicità televisiva, Red Bull è stato promosso attraverso una serie di scenette ironiche ideate dall’azienda pubblicitaria Kastner & Partners; la struttura degli spot, rimasta invariata fin dalle origini, vede raccontare attraverso scenette disegnate con stile fumettistico delle brevi storielle autoironiche e divertenti, in cui spesso i protagonisti si liberano da piccole e fastidiose situazioni quotidiane grazie all’energy drink che ti mette le aaali”. Sì perché Red Bull e la sua pubblicità sono assolutamente leali, e certo non possono mettere in dubbio questa garanzia d’innocenza solo perché le ali che dice di mettere non sono scientificamente compravate. Voglio dire: “Perché tu vali” di L’Oréal lo è? È realmente un’affermazione comprovabile empiristicamente? Non scherziamo, amici, e ricordiamoci che se così fosse, cioè se tutti valessimo, come vuole suggerire L’Oréal, non avrebbe ragione la Merini a dire che le mosche non riposano mai perché la merda è veramente tanta. E invece ha ragione, tanta quanta la merda che denuncia poeticamente. Da quando alla pubblicità spetta e dalla stessa ci si aspetta che abbia a che fare col Reale? Da sempre, infatti, allo spettacolo pubblicitario è riservato il quasi esclusivo compito di dilettarci (delectare, direbbe Cicerone) col Verosimile, di aristotelica memoria.

Non è una domanda retorica, ma: cosa c’è da capire di tanto complesso da indurre, oltre che in tentazione, in equivoci vari? “Brevi storielle autoironiche e divertenti, in cui spesso i protagonisti si liberano da piccole e fastidiose situazioni quotidiane grazie all’energy drink che ti mette le anali”.

Lo so, so benissimo che può sembrare esagerato e che alcuni, soprattutto tra quelli che la pubblicità non l’hanno mai studiata ma solo criticata, mi daranno del pazzo, ma io non ho paura di parlare di una vera e propria censura alla creatività, motore primo immobile di ogni rappresentazione spettacolarizzata.

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Povera Red Bull (s’intende: povera pubblicità, di Red Bull!).

Povera Pubblicità (intesa come universale, come spettacolo mediatico capace, come in questi casi, di divertire e rimane altamente memorabile nella mente dei suoi lettori).

Povera Creatività, costretta a dover garantire quello che una volta spettava ai foglietti illustrativi.

Ridatemi Red Bull e la sua ironia.

Ridatele a me, le ali, per divertirmi davanti allo schermo delle meraviglie nel quale Red Bull e la sua creatività mi hanno fatto cadere con autentico stile e rappresentazione creativi.

Ridate alla leale pubblicità di Red Bull le ali per divertirci e farci sognare di volare.