L’ENTRATA È DIETRO L’IRIDE

Intervista alla Cantautrice Rebi Rivale

 

Quest’intervista andrebbe letta al contrario, partendo dal basso: vi basterà fare clic sul link del video che condivo alla fine del testo per ascoltare direttamente musica e parole di Rebi Rivale, pseudonimo di Roberta Bosa, cantautrice attualmente localizzata a Udine ma con un background geo-fisico che l’ha vista trascorrere diversi anni “fuori sede”, da Bologna fino alla Cina. Un casco di ricci scuri sul fisico snello, androgino, una voce profonda, abissale direi, calda e sensualissima, anche se lei non se ne rende conto. Pochissimi ghingheri ornamentali, no makeup, nessun trucco davvero, né sul volto né nella musica che crea: solo lavoro e tanto, solo accordi tra note e persone e infine tanta, pura poesia.

Amici in comune mi invitano ad assistere al concerto che ha tenuto lo scorso 8 marzo al Teatro Pasolini di Cervignano del Friuli (Udine), in occasione della quinta Edizione di Voci di Donne, voluta dalla Commissione e dall’Assessorato per le Pari Opportunità. Ho avuto persino il piacere di assistere alle prove del concerto, tenute a casa degli stessi amici che mi hanno ospitato. Il silenzio era religioso da parte di noi spioni, intrufolati quasi di soppiatto come i topini nella casa di Cenerentola: si ha come l’impressione di disturbare soltanto col fiato e col respiro che riempiono quei pochi istanti di vuoto sonoro che intercedono tra un accordo e una sviolinata. Tamburi, batteria, violoncello, contrabbasso… che meraviglia: una mensa della musica imbandita per noi pochissimi privilegiati che assistiamo alla concentrazione di chi fa musica professionalmente, per semplice e ricambiato amore della stessa.

Rebi Rivale è un progetto emergente che ha già collezionato qualche bella soddisfazione, per esempio il Premio ricevuto nel 2011 e nel 2013 da Walk on Rights, concorso indetto da Amnesty International per i brani “Se sarà femmina” e “Chez Simone”, un pezzo, quest’ultimo, vincitore per la precisione del Premio Speciale Amnesty International dedicato alla memoria di Matthew Shepard e a tutte le vittime di omofobia. Nel 2011 si aggiudica la Targa SIAE alla Miglior Composizione e Riconoscimento speciale della Critica al concorso nazionale per cantautrici Bianca d’Aponte con il brano “Se poi rimane”, bissando il Riconoscimento della Critica anche nell’ultima edizione 2013 del Premio, con il brano “Non voglio scriver d’amore”. Nel 2012, infine, è 5° classificata all’Italian Music Festival, sempre con il brano “Chez Simone”. Potrei continuare, ma per il suo curriculum vitae preferisco rimandarvi direttamente al suo sito: http://www.rebirivale.it.

Dal momento che la musica non va troppo “commentata”, ma piuttosto abbondantemente ascoltata, io mi fermo qui, lasciandovi alle parole di Roberta, anzi di Rebi, suggerendovi di togliervi le scarpe e di entrare in questa stanza di note e parole a piedi nudi. Non siate timidi, non utilizzate l’entrata di servizio, ma spalancante occhi e orecchie, come le finestre di una casa al mare. E non importa quanto lontano sembri l’orizzonte, perché, come canta Rebi Rivale, “l’entrata è dietro l’Iride”.

 

 

 

rebi rivale

 

 

Provox: Nome e Cognome

R.R.: Roberta Bosa.

 

Nome d’arte

Rebi Rivale.

 

Le due si conoscono?

Sì. Diciamo che hanno un rapporto conflittuale, ma funzionale: Rebi Rivale non entra in casa, Roberta non sale sul palco. Roberta studia e scrive, Rebi Rivale è quella che si mette il cappello da soldatino per salire sul palco. L’alter ego è una difesa… all’inizio altissima, ora sempre meno.

 

Quando è entrata Rebi nella vita di Roberta?

Sono ormai passati 7 anni. Non molti, non pochi. Allora vivevo a Bologna e volevo fare solo l’autrice. Cercavo una voce!

 

E l’hai trovata quella voce?

Ho conosciuto voci interessantissime, molto calde. Ma loro stesse mi dicevano che solo io avrei potuto interpretare bene i pezzi che scrivevo.

 

Quanto gioca questo alter ego nella tua rappresentazione musicale? Quanto c’è di attoriale nella messa in scena di Rebi?

In realtà la fatica dell’alter ego non è molta, non recito affatto: le tematiche, quelle sì, possono essere molto “teatrali”. Io sento quello che canto. Racconto storie e personaggi che cerco di far entrare nella testa del pubblico. L’obiettivo è di proiettare: io canto seduta, ferma, vestita di nero… (“strehleriana” N.d.a). La mia intenzione è farmi ascoltare, ti ripeto, non farmi guardare. Al pubblico spetta la spettacolarizzazione del brano, non a me. Io suggerisco, raccontando.

 

Sapresti descrivermi la poetica di Rebi Rivale?

L’intenzione di Rebi è quella di mostrare un contenuto forte, tematiche scottanti, provocatorie, cercando di farlo per mezzo di quella che chiamo “faccia del prisma”: cerco di catturare le mille diverse luci che un prisma riflette, cercando di capire da dove quella luce venga. Cerco di dare luce diversa a cose che magari sono sulla bocca di tutti quotidianamente. Insomma: mi piace pensare che riesco a parlare da un altro punto di vista. “Che bello, non l’avevo mai vista così” è il commento migliore che mi si possa fare dopo aver ascoltato un mio pezzo. A volte, prima ancora del soggetto stesso, conta la prospettiva da cui è descritto.

 

Mi sembra di intuire che lo sforzo sia quello di non omologarsi alla proposta degli altri quindi…

Cerco di non fare qualcosa di cui si è già stato abusato, questo sì. Ho talmente rispetto di certi autori che hanno trattato di alcuni argomenti che non voglio nemmeno cercare di imitarli. Penso prima a quello di cui voglio parlare, senza per questo poter parlare di “premeditazione” o di “calcolo”, sia chiaro.

 

 

Icone di riferimento?

De Andrè: lui sì che era un ricercatore. Lo amo per il suo studio, per la credibilità, per la voglia di interpretare in maniera apparentemente sommessa. Per me è imparagonabile.

 

E a livello di interpreti?

Ornella Vanoni, Patty Pravo sono le grandi. Tra le nuove apprezzo Noemi, una voce “bluesy”, e Arisa, anche se fanno generi molto diversi dai miei. E tra gli esteri altri grandi nomi: Tracy Chapman, Edith Piaf… Io ascolto molto, sono un po’ onnivora. Ho qualche problemino col jazz, perché penso di non capirlo… [e ride!].

 

Cosa manca nelle interpreti del panorama musicale attuale che invece c’era una volta?

Non credo sia qualcosa che manchi nelle o alle persone… quello che manca sono le risorse e le possibilità di investire. Oggi esistono più o meno 4 case discografiche. Questo non va bene. Nessuno “ti fa crescere”. Oggi c’è una voce chiamata business che canta da solista in coro di voci mute. È cambiata la cultura che sta intorno alla musica cosiddetta “leggera”, questa è la verità. Siamo nella società del veloce, del “subito adesso”. Senza pazienza non c’è desiderio di veder crescere e di conoscere a fondo un artista.

 

Quanto conterebbe vincere il Festival di Sanremo per Rebi?

Pochissimo. Non perché voglia snobbarlo, ma Sanremo non è esattamente il mio target di riferimento. Non ho aspettative sulla mia persona, ma sul mio progetto. Conterebbe più partecipare come autrice, questo sì!

 

E vincere il Premio Tenco invece?

Beh, cambia tutto: sarebbe un sogno.

 

Formiamo la squadra: chi suona con te?

Io suono da sempre con Ornella Tusini e Davide Sciacchitano. È un trio consolidato il nostro. Sono imprescindibili da me. Quando siamo “in formazione allargata” mi piace lasciare spazio aperto a contaminazioni esterne che mi onorano della loro presenza e collaborazione: penso a Marco Bianchi, chitarrista e regista del concerto tenuto l’8 marzo, con Elsa Martin, già finalisti al Premio Tenco nel 2012 con il loro progetto, Antonella Macchion al violoncello, una professionista deliziosa e raffinata, Jacopo Zanette alla batteria che è rientrato dall’Olanda per l’occasione, Paolo Forte, fisarmonicista strepitoso che gira Italia e Europa, Paola Rossato, la mia seconda voce, una cantautrice di Gorizia che mi onora della sua collaborazione. Come ospite Rossella Aliano direttamente dal suo gruppo, i Liberadante, che è arrivata da Catania e che duetta con me in un pezzo che si chiama Musicante.

Adoro le collaborazioni… si vede? Siamo emergenti e abbiamo voglia di fare: tanta.

 

Una tua canzone si intitola “Non voglio scrivere d’amore”. È una filosofia di vita?

Sapresti darmi una definizione di anima?

 

Mmm… su due piedi mi viene difficile. Perché?

Ecco, vedi: come per l’amore, è impossibile darne una definizione univoca. O sei Fossati, o parlarne suona così stucchevole, soprattutto se si parla dal proprio, esclusivo punto di vista. Piuttosto, preferisco parlarne dal punto di vista di qualcun altro, ma non dal mio. Trovo molto presuntuoso scrivere d’amore. Ma questa è una cosa molto personale, riguarda me. Io non ho nulla da insegnare, né per forma né per contenuti. Personalmente, non voglio parlare d’amore perché non ho la presunzione di riuscire a parlarne, tutto qui.

 

Come vivi il rapporto tra musica e nuove tecnologie?

[Dopo qualche istante di silenzio ben calibrato]… con rassegnazione! [E scoppiamo entrambi in una risata spontanea]. Il web non è il mio forte, sono sincera. Certo, sono molto utili i cosiddetti “social network”, ma sono un’arma a doppio taglio. Oggi, grazie alle nuove tecnologie, potrei fare un album a casa senza mai schiodarmi dallo schermo del computer, sai? Di contro c’è che chiunque lo può fare, quindi sulla tavola arrivano progetti considerevoli e altri… decisamente meno. Però questa è una domanda a cui ho risposto male…

 

Dove preferisci esibirti?

A teatro con la platea piena come in osteria davanti dieci persone, per me non c’è differenza alcuna. Io, noi, suoniamo. Punto. Non cambia quello che devo dire! La realtà più bella è il cosiddetto “house concert”: esibirsi in casa di qualcuno, dopo essere stati invitati quindi, è fantastico. Intimo e grandioso allo stesso tempo, raccontiamo storie in un salotto domestico. “Il top”.

 

Quando capisci che un pezzo è finito?

Quando inizio a cercare un titolo! Quando dico così, ho il pezzo.

 

La canzone della tua vita?

Difficile rispondere. La canzone italiana che per me è il capolavoro è “La costruzione di un amore” di Ivano Fossati cantata da Ornella Vanoni: l’autore per antonomasia sulla voce della Vanoni è il massimo aspirazionale cui tendere.

 

E se invece Rebi Rivale fosse una canzone?

“Suzanne” di Cohen, tradotto in italiano da Fabrizio De Andre’.

 

Con i tuoi testi affronti tematiche importanti. A proposito di impegno civile cosa ti senti di dire?

Credo solo che la musica debba essere trasversale. Rebi Rivale è una “passionaria”, dal forte impegno civile ma anche dalla volontà altrettanto forte di non associarlo a nessuna bandiera politica. Le lotte sociali e civili sono semplicemente di buon senso, non hanno colore. Le battaglie contro l’omofobia o su altri temi sociali sono di tutti, sono oltre i partiti. O, almeno, così dovrebbe essere. Per me il messaggio che posso trasmettere è più alto. E non sono anarchica: ho idee di destra e di sinistra allo stesso modo. Fondamentalmente sono radicale. La musica deve essere il più possibile priva di giudizio: spetta agli altri, se lo vorranno. A chi fa musica spetta veicolare messaggi, contenuti, suggerendo, mai imponendo. La musica ha un canale privilegiato per farlo: ti entra dentro, prima ancora di arrivare al cervello. Appoggio chi lavora bene! E poi che brutto sarebbe vedere artisti in politica. Bastano le pornostar…

 

E con questa battuta (che è sì politica, nel senso più bello del termine) vi lascio, come promesso, alla sua musica: l’unica protagonista.

PER ASCOLTARE REBI RIVALE CLICCA QUI >>> Rebi Rivale – Iride

 

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