LEOPARDI E LA PUBBLICITÀ (O L’INFINITA PUBBLICITÀ DEL PENSIERO UNICO)

[…] Io considero le illusioni come una cosa in certo modo reale stante ch’elle sono ingredienti essenziali del sistema della natura umana, e date dalla natura a tutti quanti gli uomini, in maniera che non è lecito spregiarle come sogni di un solo, ma propri veramente dell’uomo e voluti dalla natura […] – Leopardi, Zibaldone, 51

http://www.doppiozero.com/materiali/lettura/leopardi-e-il-desiderio-infinito

“La prima cosa che vorrei cercare di fare è suggerire di ascoltare i frammenti dello Zibaldone di Leopardi sullo sfondo di tutte queste frasi fatte che ci inducono giorno per giorno a essere sempre più ottimisti verso l’avvenire, verso il progresso, quello che possono fare i politici per noi, ottimisti sulla scuola – tutto quell’ottimismo che quel tale lì per mezz’ora stilò come programma del suo partito. Questo è uno sfondo inevitabile. Non credo che si possa leggere Leopardi al giorno d’oggi senza pensare a questo sfondo, cioè lo sfondo di parole che ci vengono addosso e che sono parole pubblicitarie. La pubblicità ormai non ha più limite, la pubblicità – come posso dire – ha sostituito l’animo umano. La gente al giorno d’oggi crede che la letteratura, parlare o fare letteratura sia fare pubblicità a qualcosa. La letteratura è muta, non fa pubblicità a niente, non serve a niente, la letteratura ci riafferma questo niente che siamo. E solo perché siamo un niente noi abbiamo bisogno di stare assieme. Non c’è idea di comunità possibile se non a partire dal fatto che siamo un niente, ciascuno di noi è un niente. Ecco, tutto questo lo sfondo pubblicitario non solo lo cancella, deve cancellarlo subito – come un tabù assoluto -, ma estende anche un clima di terrore, un terrore totalitario: chi non è d’accordo con questo consenso degli uomini che vogliono essere qualcosa, qualcuno, sostanzialmente essere ricchi, avere del potere nelle mani, questa democratizzazione del potere tirannico nelle mani degli uomini – chi non è d’accordo con questo è eliminato, al giorno d’oggi non trova lavoro, non ha un luogo dove stare. Questo è lo sfondo concreto, che voi potete vedere tutti i giorni, il fatto che si debba diventare imprenditori di noi stessi per far pubblicità a noi stessi, tutti i momenti, altrimenti non c’è spazio per noi”.

Queste parole, trascrizione delle affermazioni di Gianni Celati in un convegno organizzato anni fa da Zibaldoni E Altre Meraviglie a Frascati (trascrizione poi rivista dallo stesso Celati e introdotta da un commento di Gianluca Virgilio e Enrico De Vivo su L’Unità, come spiega De Vivo in una nota al link sopra condiviso), fanno pensare parecchio, anche relativamente agli eventi socio-mediatici che intasano il web e i social in questi momenti presentissimi (“il caso Dolce&Gabbana” e il boicottaggio promosso dal divo Elton John, poi la notizia del pestaggio su un autobus di un ragazzo gay, a Torino).
Fascista è chi usa violenza. Sia questa fisica o “intellettuale”.
Picchiare un ragazzo in quanto gay è da fascisti.
Allearsi per boicottare un brand perché i suoi stilisti (gay) dichiarano di non essere d’accordo con gli altri (gay) è un atteggiamento altrettanto fascista.
Ci vogliono tutti uguali, i fascisti. Stesso pensiero, stessa ideologia.

Mi chiedo allora: chi, come questo “fascismo” (termine ora chiaramente usato in senso lato), ci vuole uguali in tutto, a partire proprio dall’ideologia (latente)? Ma il Capitalismo, chiaramente, quello che (almeno nella mia personale indagine di studio filosofico) passa obbligatoriamente per Madama Pubblicità.

È lei, la Pubblicità, a volerci uguali anzitutto in questo: nel desiderare! Meglio: la Pubblicità vuole che si desideri tutti la stessa cosa (questa “cosa” ha molti nomi e un sinonimo comune a tutti: “progresso”). Nello specifico, la Pubblicità vuole che si desideri tutti la stessa cosa in maniera continua, ossia “per sempre”, cioè “all’infinito”. Qua sta l’eco di Leopardi.

Si ricordino a questo proposito due straordinarie sentenze:
“A differenza del bisogno, che mira a saturare una mancanza determinata e definita, il desiderio istituisce e crea la propria mancanza, rendendola quella che è: una mancanza incolmabile” (Ugo Volli). E: “Poiché il desiderio di affermare la propria vita non ha limiti, gli uomini desiderano infinitamente” (Aristotele).

Cosa è infatti lo tsunami del “no limits”, esca usata soprattutto dalle aziende di telefonia mobile, se non un rimando alla mostruosa (thaumatica), incessante e inesauribile fonte di “Infinito Pubblicitario”?

“Tutto senza limiti”, “Tutto senza frontiere” e “Oltre il possibile” ecc… sono solo inviti alla condivisione di uno spazio infinito che entra in casa educatamente, anzi, proprio col nostro permesso. E così vestiamo tutti allo stesso, mangiamo e consumiamo la stessa alimentazione, amiamo gli stessi modelli-idolo proposti e moriamo tutti allo stesso modo: sperando cioè di esserci fatti, in vita, la migliore pubblicità possibile: “questo è lo sfondo concreto, che voi potete vedere tutti i giorni, il fatto che si debba diventare imprenditori di noi stessi per far pubblicità a noi stessi, tutti i momenti, altrimenti non c’è spazio per noi”.
E no, questa non è retorica: questo è il backstage dello Spettacolo che viviamo quotidianamente.

L’uomo, che è anzitutto un essere desiderante (di essere, e nello specifico di essere Dio), vive in un villaggio (globalizzato e carnevalesco) in cui la scena che si ripete è sempre la stessa (l’ora del tè, come nella scena “assurda” di Alice [il lettore della pubblicità] e del Cappellaio Matto [il pubblicitario]: è sempre l’ora del tè, è sempre l’ora della proposta commerciale), e questa si realizza nell’arco della stessa giornata: sabato. Stessa unità di tempo, spazio e azione. Per il villaggio pubblicitario, infatti, è sempre sabato.

Provox
Marco Maggio