Lettera a Babbo Natale

“Compra! Compra, bambino, senza paura: non sarai mai troppo grande per credere in me e nei doni che ti porterò. Prendendo in prestito la frase di un amico: chiedi e ti sarà dato! Tuo, Babbo Natale”

Caro Babbo Natale,

Il Natale è arrivato e a ricordarlo non è solo il calendario, ma una bombardante, incessante, prepotente e ridondante tempesta di messaggi pubblicitari apparsi ovunque. Pensiline del tram e mezzi pubblici tutti, televisione e schermi fratelli, tablet e smartphone cugini e ogni altro palcoscenico dello Spettacolo ha aperto il sipario al Natale, o meglio, a te, al papà del Natale: a Babbo Natale, appunto. Carico di offerte e occasioni irresistibili, tu, caro Babbo Natale, prometti, dolce e rassicurante sotto la barba bianca e il vestito rosso pensati anni fa per te da Coca-Cola, in una crasi riuscitissima con la figura cristiano-cattolica di San Nicola, mondi di felicità ultraterrena.

Un paradiso pagano, quello promesso dalla tua puntuale pubblicità natalizia, che, al posto di quello cristiano (il quale garantisce la pace eterna in Cristo a patto della buona condotta del fedele sulla Terra, semplificando obbligatoriamente), augura prima e assicura poi felicità plurime e sinestetiche al solo patto di consumare. Dal Capitalismo Divino teorizzato e riproposto fra gli altri da Groys, Macho e Weibel (e che si rifà, chiaramente, a Il capitalismo come religione di Benjamin), si flette ora un “calendario divino”: ecco arrivare uno dei suoi giorni più importanti e sicuramente il più importante per Sua Maestà Le Capitale. La differenza ontologica principale tra il culto cristiano (s’intende, tra la felicità promessa al fedele che riconosce in Cristo il Messia), cui il citato San Nicola fa da testimonial, e quello natalizio-pubblicitario, che invece nomina te, Babbo Natale, mascotte ufficiale, si riassume in maniera esemplare in questa frase di Benjamin: “Il capitalismo è il primo caso di un culto che non toglie il peccato, ma genera colpa/debito”.

La democratizzazione del lusso, fenomeno già ampliamente spiegato sociologicamente e tra i più considerevoli degli ultimi decenni, trova porto sicuro nei profumi dei grandi marchi, per fare un esempio su tutti. Quale mezzo migliore del profumo, e quindi della sua pubblicità, per richiamare ad abboccare all’esca i pesci in cerca di quel che luccica. Proprio loro, i profumi, che sono stati pensati per rendere omaggio agli dei antichi tramite offerte che venivano tributate per fumo (per fumum, appunto): nulla di più vicino al profumo del nuovo dio, Mr. Capitale, della sua stessa pubblicità.Sotto forma di fumo, insomma, il Mercato natalizio e la Pubblicità del suo Spirito ci inebriano di piccoli simulacri che chiamiamo “regali”, con la speranza che portino un po’ di quel paradiso in cui nessuno più sembra aver fede autentica.

Caro Babbo Natale, quest’anno sarebbe assai piacevole ricevere questo, come regalo: meno fumo, più Verità.

Babbo Natale