Metteva l’amore – dal concerto di Ornella Vanoni

Metteva l’amore, metteva l’amore sopra ogni cosa. Così faceva Bocca di Rosa, così ha fatto ieri sera Ornella Vanoni, ottant’anni il prossimo settembre (non ne fa mistero e fa bene), incantando il Teatro Dal Verme di Milano gremito di amanti. Tutti suoi.

Altro che “un filo di trucco, un filo di tacco”, come recita, in ripresa del monito materno, il titolo voluto per questo suo tour: i trucchi del mestiere Ornella li conosce benissimo e li usa tutti senza eccezione alcuna per arrivare dove vuole; il filo di tacco, oltre a non piacerle quando è off stage, non trova spazio nel suo show. Viva il tacco alto, come quello che indossa all’inizio del secondo tempo. Piuttosto scalza, un po’ baccante un po’ bambina com’è quando recita se stessa. Sì, perché tra realtà e finzione Ornella sceglie di fingersi Ornella Vanoni. Non esattamente un alter ego, bensì un complice che è sia spettatore che protagonista della sua rappresentazione: uno spettacolo lungo una vita intera. E poco importa che lei rifiuti gli epiteti formulari a riguardo: “Diva”, “Star”, “L’interprete”, “Musa”, “La Signora della Canzone”. Certo, dietro ogni maschera c’è la persona, ma la verità è che Ornella è tutte quelle maschere insieme. Ci gioca come una monella che non risparmia il capriccio, come una Lolita erotica che si lascia stuprare dal tempo che le è complice. Una mano sul seno, spalle nude e aperte come colonne d’Ercole e una bocca da baciare, come canta in una delle sue cover più riuscite di sempre, Vendo Casa. Purtroppo per me, questa non l’ha cantata. Vuol dire che ha fatto delle scelte, per fortuna. E guai a scegliere per lei. Troppo libera, troppo fiera, troppo lei.

Voce profumata e classe da grandeur. “Si sa”. Elegante, raffinata, ancora molto rive gauche, come dice di se stessa pensando al passato, a quando è passata dalle Canzoni della Mala di Strehler, Fo e Carpi alla musica cosiddetta leggera, anche se detesta questo termine.

In piedi, vicino a me per quasi tutta la durata del concerto, Mario Lavezzi, ormai storico produttore della Vanoni, osserva attento e concentrato la sua ultima creatura. “Se non c’è lui io non canto”, disse una volta Ornella. Pare non scherzasse affatto. Osservo lui che osserva lei: piccoli cenni con la testa, come per annuire, come per segnare l’attacco, d’istinto. Poi un respiro che mi è sembrato più calibrato, le braccia conserte e la bocca spalancata come per far entrare tutta l’emozione di quel momento: Ornella sta cantando Non andare via. È tragedia pura, pathos greco, lacrime di sale. Standing ovation, sincera e sentita. Lavezzi, serafico e marmoreo a due passi dalla mia poltrona, batte ora le mani con consapevolezza: è la consacrazione di un talento che si scopre col tempo, in modo indirettamente proporzionale agli anni che passano. È forse questo il più grande dei vantaggi che il tempo le ha regalato: lo scoprirsi lentamente, debuttando come nuova rivelazione per se stessa a ogni spettacolo. Ed è proprio questo che “le rivali” e “i rivali” devono invidiarle sommamente: la capacità di gustarsi come un buon vino che invecchia, mentre a loro non resta che il sapore di un ricordo di splendori ormai passati, che il presente simula soltanto. Sono convinto che al suo funerale canterà lei stessa: di questo passo, proporrà la Casta Diva a cappella.

Maiuscole sono state le interpretazioni del repertorio francese, come la citata Non andare via (Ne me quitte pas), davvero straziante, e la straordinaria Albergo a ore (Les amants d’un jour); tenerezza infinita per le ritrovate Buonanotte Piccolina e la resa amichevole di Per un’amica, la dichiarazione d’amore da dedicare a un’amica: alla migliore.

Cambio d’abito, travestimenti di scena, scenografie e luci pensate per accompagnare ogni singola canzone, un divano freudiano dove riposarsi davanti agli spettatori, in un transfer esplicito che il gioco più bello del mondo, tappeti persiani per camminarci sopra (“Sembra il palco di Battiato” è stata una delle sue uscite più divertenti), una luna parlante sullo schermo delle meraviglie e la voce della sua mamma dall’aldilà… Ornella ha pensato davvero a tutto. Ha pensato a tutte le toppe di una vita rammendata con ago e filo. Il filo del talento, non del trucco e nemmeno del tacco.

Direi che conosco abbastanza bene la Vanoni. La ascolto spesso. Amo, artisticamente, lei e gli anni che ha vissuto, i suoi colleghi e i loro (capo)lavori.

Da poco tempo conosco anche Ornella: un’amica in comune, la Dottoressa Elena Pagliacci, ci ha fatto conoscere in un’occasione di cui ho già parlato altrove. Ogni tanto mi chiama, Ornella, non la Vanoni. Passa dal chiamarmi “amorino” all’urlarmi dietro “non hai capito – ma cosa dici – ma cosa ne sai tu…”. Mi sgrida. Mi fa complimenti sinceri quando le faccio leggere qualcosa che ho scritto. So per certo che è sincera: non farebbe mai una cosa che non sente. Piuttosto non la fa, e allora capisci che anche il silenzio canta quando si tratta di Ornella Vanoni. Io invece la chiamo Signora Ironia o Guerriero, a seconda di come mi risponde al telefono: Ornella combatte da sempre e non è affatto stanca. Anzi, direi che è talmente abituata a combattere che ormai non le resta altro che continuare a farlo, forse anche senza una battaglia vera da vincere. Le ha vinte tutte, perché anche ammettere una sconfitta è una lezione vinta. E, comunque, l’ha sempre vinta, non so se mi spiego…

Ma di lei, della persona, di Ornella e non della Vanoni insomma, non dirò più nulla.

Perché, si sa, quando si ha la possibilità di conoscere davvero il proprio mito vivente, ci s’imbatte sempre in un grande, enorme rischio: quello d’esser traditi dallo stesso. E non esiste delusione peggiore che conoscere due persone diverse che abitano lo stesso corpo.