Narrami, o Musa, la Vittoria dei Vinti

Intervista alla poetessa Elena Pagliacci.

“Portami Via”, edito da Associazione Fernanda Pivano Generation, è una raccolta di poesie e racconti scritti da Elena Pagliacci, già presentati a Milano presso la prestigiosa Fondazione del Corriere Della Sera di via Solferino.

Chi è Elena Pagliacci? Laureata in Scienze Politiche all’Università Cattolica di Milano, è stata prima assistente presso la cattedra di Storia delle Istituzioni Politiche della stessa università, dal 1982 psicanalista, diventa Consigliere Nazionale della Lega Italiana di Igiene Mentale. Specializzata in psicologia della comunicazione, ha lavorato per molti anni in campo pubblicitario. Da sempre coltiva una intensa passione per la scrittura: i suoi testi, già presenti in diverse antologie, le hanno fatto vincere alcuni premi letterari, fra i quali il premio “Elsa Morante”, il “Sandro Penna” e il “Dino Campana”.

La dedica di questa raccolta recita: “agli ultimi”. Elena scrive per i vinti, non per i vincitori, per tutti coloro che sono stati dimenticati, che vivono nascosti, pieni di ansie, paure e silenzi. “Il rapporto della poetessa con il mondo dei deboli, di chi sta in ombra, è vissuto attraverso una velata presentazione del problema, cercando di non creare immagini irreali o travestimenti in una realtà interiore o esteriore. Sicché questa poesia si popola di versi autentici e sublimi, con un linguaggio vivo e palpitante fatto di carezze e sogni, rispetto, sorrisi, pietà e amore”: così scrive Giuseppe Puma nell’Introduzione.

Conosco personalmente Elena, siamo amici, anzi Amici, e ammetto che il solo chiamarla per nome e cognome mi stranisce, me la fa sembrare d’un tratto così lontana, estranea; per me Elena è Volpe, la mia Volpe (e sì, io il suo Piccolo Principe). Lo dico per onestà, perché Elena non ama parlare di sé né rilasciare interviste e perché a qualcuno bisogna pur spiegare, quindi, per quale motivo abbia scelto di concederne una proprio a me. Ecco, lo fa per me. Perché siamo amici. Ma questa intervista è dedicata a lei, a questo meraviglioso libro di poesie e alla magia della sua storia, non alla nostra amicizia.

Volpe mia, dell’amicizia che ci lega non voglio dire nulla ora, non è la sede adatta e sarebbe fuori luogo. Tuttavia, vorrei dirti grazie per avermela concessa, tanti anni fa, e ancora grazie per confermarmela, al tramonto, sempre.

A tutti i lettori spero giunga forte la voce dell’eco abissale che separa lo strapiombo delle miserie umane dalla loro rivincita, avvertendovi già in partenza che a tale nuova vittoria non spetterà alcuna medaglia, se non un cuore di latta.

Provox: Come nasce “Portami Via”?

Elena Pagliacci: Quando avevo diciassette anni lavoravo da volontaria in un orfanotrofio. Un bambino mi chiese: “Portami via”. Ma io non potevo. Ho portato il peso di quella fuga negata tutta la vita. Lo porto ancora. E gli occhi imploranti di quel bambino non mi lasciano mai. Poi, crescendo, mi sono accorta che gli sguardi “portami via” erano tantissimi. Nella vita, sai, col mio lavoro poi, mi sono spesso detta, come in una preghiera: “Portami via dal rumore di parole inutili”. Inutili perché prive di occhi. Un “portami via” che non abbia con sé due occhi lucidi da ricordare è solo una lagna, una lamentela sterile, un vittimismo gratuito. Cercavo qualcuno che mi portasse via dalle malattie di oggi, dall’ipocrisia, dal denaro, dal potere, dalla falsità. Mi sono chiesta “cosa può nascere da questa frase?”. E così è nata la raccolta di poesie: da una delusione. Vorrei che questo libro fosse come un grido per tutte quelle persone che hanno voglia di cambiare vita, non per dimenticare, ma per ricordare… chissà quanti altri occhi lucidi si nascondono dietro un grido d’aiuto.

Una delusione “ispiratrice” quindi, se ha portato i suoi frutti. Ti va di raccontare qual è stata questa grande delusione? 

Prima devi sapere che la mia mamma è morta quando io avevo 18 anni. Ogni volta che incontro una figura simile a lei, mi ci abbandono: mi delude lo scoprire che questa persona, alla fine, non è e non può essere la mia mamma. E così è stato stavolta, rispetto a una persona che probabilmente avevo idealizzato. La delusione è nata dallo scoprire che il mondo in cui ero entrata non era quello che una mamma crea per la sua creatura. La delusione più grande è quella di non esser stata capita per quella che sono, è stata il sentirsi addosso un’etichetta che non mi appartiene. Vedi Marco, io sono un mistero anche per me stessa, ma questo le persone non me lo perdonano. Quando ti mettono un’etichetta, quando ti vivono per quello che non sei. Io ascolto, non parlo di me, non mi adeguo, non seguo le masse, le mode. Non me ne è mai importato nulla di seguire la maggioranza. Ma gli altri pensano che io scappi, solo perché sfuggo loro. E allora sei scomoda per il mondo, perché sei una che scappa. Non mi perdonano la mia libertà, ecco la verità.

E la poesia? Aiuta ad evadere?

Certo. Quando lasciammo la mia casa d’infanzia, il proprietario che l’acquisì, un sarto, chiese a mia madre chi fosse quel saggio che aveva tappezzato i muri di una delle camerette con le sue poesie. Mia madre rispose quasi imbarazzata che si trattava di me, di sua figlia, dell’età di sette o otto anni. Fin da piccola mi sono interrogata sulle grandi domande: la vita e la morte, prima di tutto. Poesia è per me la sintesi di una persona che ha capito il mondo. Il mondo è pieno di persone logorroiche. Invece la poesia è la sintesi di un pensiero. L’essenziale: penso a Ungaretti! È la capacità di esprimere in pochissimo un valore. La poesia è l’arte di chi ha capito il mondo e lo esprime nella sua sintesi. È l’espressione di chi è andato “oltre”.

Cosa c’è oltre? 

La verità. Fraintendere è la cosa che fa più male. L’autenticità per me è libertà. Se io sarò autentica con te, tu ricambierai essendolo. È come quando esci con qualcuno che non ti è molto simpatico, reciti immediatamente, indossi una maschera. E allora torni a casa e dici “ho perso solo del tempo”, perché non sono stata autentica, e non ho dato la possibilità ad altri di esserlo. Voglio raccontarti un aneddoto: una mattina di non molti anni fa sono andata dal veterinario per Trudi [il suo amatissimo cane]. Entro e mi siedo in sala d’attesa, aspettando il mio turno. La stanza era piena di persone, ciascuna in compagnia del proprio amico. Ad un certo punto entra una signora, finta nell’aspetto, piena di plastica fin sopra i capelli, labbrone e zigomi iperbolici. Un mostro, onestamente. Il cane che la accompagnava era anche lui messo malissimo, vecchio, ridotto malamente, ho pensato che era lì lì per… Stavo proprio guardandola “male”, con sufficienza e un po’ di tristezza. Sembrava una vecchia barbie, ridicola nell’atteggiamento come nell’estetica. La curiosità mi porta a chiederle per quale motivo il cane avesse bisogno di cure. Mi risponde: “per il vaccino X”. Ribatto: “Ma scusi, il vaccino X non si fa ai cuccioli di pochi mesi?”. La risposta della signora: “Sì, ma vede Signora, questo cane lo ho da nemmeno un anno. Arriva dal canile, dove è stato tutta la sua vita. Quando l’ho visto, così anziano, ho pensato che sarebbe stato giusto dare anche a lui la possibilità di vivere in una casa vera, con dell’affetto autentico… almeno gli ultimi anni della sua vita. Voglio che muoia in una casa, con me, non da solo”.

Mi sono detta: “che cretina che sei, sei propria una stupida Elena”. A chi verrebbe mai in mente di prendere un cane in quelle condizioni per concedergli una dignità finale in uno stato di vita terminale, per farlo morire in una casa vera? “Quella signora rifatta è meglio di tutti noi altri messi insieme”, ho pensato. “Non guardare i miei palazzi” [titolo di una poesia della raccolta] è nata da un episodio simile. L’apparenza inganna, e dentro non guardano in molti. Ho pensato a quanto sarei stata stupida a fermarmi a quell’apparenza, a giudicarla. “Oltre” è anzitutto “oltre l’apparenza”.

Però è anche vero che più conosci e più soffri…

Un detto spagnolo ricorda che “se sufre, pero se aprende!”

Io sono il frutto sì delle mie gioie, ma anche delle mie sofferenze. Ho sempre diffidato delle persone tipo “io sono contenta, sempre felice, debolezze non ne ho, vivo di gioia”. Ho grandissimo rispetto del dolore, anzitutto per il lavoro che faccio.

“Noi conosciamo il miracolo dell’alba perché l’abbiamo aspettata al buio”, diceva un poeta. 

Tu sei molto credente, hai anche affrontato una conversione importante. Dimmi, si fa più fatica a credere in Dio o nelle persone?

[Risata lunga] Bella domanda… direi: decisamente, nelle persone! Credere in Dio è stato facilissimo: io sono una persona difficile nell’approccio, Dio mi è piaciuto “di pelle”, subito. L’ho sempre immaginato come “Il buono”, mai come “Il giudicante”. Fin da bambina adoravo le persone coi capelli lunghi e la mia mamma mi diceva che anche Gesù aveva i capelli lunghi… ed io avevo una simpatia particolare proprio per questa figura. E tutti dicono “è facile per te crederci, tanto quello non ti risponde”. Ma, come ricorda la Bibbia in quella frase che piace tanto anche a te, “Dio parla con una sottile voce di silenzio”. Ecco, quando sono sola con Dio sono “oltre”.

Cos’è il silenzio, che importanza ha per te? 

Il silenzio ti permette di sentire quelle piccole voci inconsistenti che il frastuono coprirebbe altrimenti. È stata un’esperienza meravigliosa, provare il silenzio. Quando sei a disagio, con gli amici o con una sola persona, ad esempio, senti di dover riempire quello spazio… e allora parli, anzi straparli, per cavarti fuori dall’imbarazzo. Non abbiamo più rispetto dell’imbarazzo, del pudore che il silenzio impone. E allora, camuffandoci con la voce, non siamo più autentici, come ho cercato di dirti prima. E invece l’amico è chi ti capisce senza farti spiegare nulla, capisce il tuo musone, il tuo pianto, la tua euforia … tu sei autentico quando sai che non devi coprire con le parole il silenzio tra te e l’amico. L’amico tace, insieme a te. C’è una poesia che non è scritta, che è quella della vita, quella di tutti i giorni. E non c’è retorica. La radice è “essere compresi”, capire senza spiegare, senza avere il peso di doverti dire, di doverti giustificare… credo che questo sia poverissimo per l’animo umano. Il silenzio è proprio uno di quei momenti in cui ti accorgi che una persona è davvero in sintonia con te. Non c’è cosa più bella che stare zitti insieme a una persona alla quale vuoi bene e che a sua volta te ne vuole.

Qual è il vero mostro di oggi?

Il successo. Essere belli ricchi e potenti. E farlo vedere, come Facebook ha capito benissimo. Inseguire maschere, non essere autentici. Che peccato considerare la bontà una cosa da stupidi. Poveri gli amori, fintissimi. L’amore di oggi è un amore di bisogni, utile solo a colmare vuoti e buchi. L’amore vero è quello che non ha aspettative, non aspetta una risposta, è quello che dà. Più ancora dell’adozione, pensa alla grandezza dell’affido di un bambino: chi lo prende sa già che se ne andrà, ma l’amore lo porta ad affrontare quel futuro dolore di separazione con consapevolezza. Vedi Marco, le mie poesie rispecchiano me, non la vita dei miei pazienti. Sono autentiche, perché io ho scelto di essere autentica. Anche io sono stata in prigione: nell’apparenza! Tutto ciò che è maschera prima o poi finisce: se sei autentico, rendi chi ti sta vicino autentico… lo rendi libero!

Soprattutto a voi, ventenni e trentenni, manca completamente la distinzione fra bisogno e scelta. La mancanza di un papà (o di una mamma), ad esempio, porta molti di voi a trovare un bastone che lo sostituisca, ma così l’uomo o la donna che trovate finisce per essere solo il vostro teatrino recitato utile a nascondere un bisogno remoto, originario. La scelta invece non è sfogo, ma ascolto: e solo allora è amore…

In che senso? Perché la scelta sarebbe ascolto?

 Tutti parlano, mamma mia quanto parlano… E più siete giovani, più parlate. Ma quanti sanno davvero ascoltare? Vedi, dove manca la capacità non solo di aprirsi, ma di far aprire l’altro, ascoltandolo, non ci può essere amore. Invece nei ragazzi della tua età vedo tanto protagonismo, per coprire il vuoto abissale del palcoscenico della vita che tanto temete, “fighismo”, per farvi accettare, sicurezza ostentata, per mascherare l’assenza di quella vera, e poca, pochissima capacità di ascolto. In compenso, parlate tutti moltissimo, e delle cose più interessanti magari, quando siete intelligenti: arte, cultura eccetera. Probabilmente questo accade per paura di sembrare poco interessanti voi stessi. Ma attenzione: anche la cultura è un nascondiglio perfetto. Comunque, non esisterà alcun amore vero fin quando non ci si saprà ascoltare sinceramente, senza prevaricazione, senza antagonismo né competitività. E poi, mica basta ascoltarsi ogni tanto, quando ci va! [Risata] La verità è che non scoprirete alcun amore fin quando non imparerete ad avere pazienza. Pazienza di capire, ascoltare e sì, pazienza di amare! 

Posso dire che la poesia è la tua provocazione?

 [Altra risata] … Assolutamente sì. La poesia può essere una carezza dolcissima, leggera, o pesante come uno schiaffo paterno.

La poesia che più ti è costata scrivere?

 Forse “Alice” … ma anche “Patto tacito”, dedicata a un amico che non c’è più… che ha deciso di non esserci più. Lui mi telefonava e rimanevamo in silenzio, volevamo solo stare insieme e dirci che c’eravamo. E io ho pensato: “proprio io che sono così in gamba, così brava nel mio lavoro, non ho capito che lui, proprio lui, non ce la faceva più …”.

Per quanto mi riguarda, anche da cristiana, del suicidio vorrei esprimermi solo con le parole di De Andrè con “Preghiera in gennaio”. Dio ha le braccia aperte, sempre. E la mia squadra vince sempre, grazie a Lui.

 Domanda decisamente provox: quanto ti costa essere così?

 [Dopo un lungo silenzio] Io sono sempre stata rossa di capelli, sono nata rossa, il mio destino era segnato: “Rosso Malpelo”, mi dicevano. Ero “terribile” da piccola, ero monellissima… perché ero libera. In gita non seguivo il sentiero dei professori e boicottavo la rotta dei miei compagni portandoli altrove. Vengo da una famiglia importante, una di quelle famiglie della Milano “di una volta”, della “Milano bene” diremmo oggi. Ma io stavo stretta in quel mondo pre-impostato, ero troppo libera… Ecco, lo sono tuttora.

Sai, Marco, le bugie legano, mentre la verità slega, rende liberi. E la libertà, come la verità, non si trova mai a buon prezzo. Per farti concludere diciamo, però, che ne vale sempre la pena.

 

Così sia.

Provox 

 


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Angeli senza paradiso

(Premio Elsa Morante per l’handicap) 

 I tuoi occhi d’argilla

frugano l’angolo dei rifiuti

Le pareti fresche della memoria appendono

quadri di graffi

Le mani rattrappite dal rifiuto

sono cariche di pietre

Con la violenza della pietà

hanno ovattato l’inquietudine

che portava il tuo passo insicuro

sgraziato

Il tuo corpo deforme

è trafitto da occhi

carichi di sputo

Il battito delle tue ali

è goffo

e la clessidra

aveva solo

sabbia nera

* 

Itaca

(Premio Sandro Penna) 

L’asfalto della strada

è uno specchio opaco

che riflette un prato impolverato

da orme grigie

da passi senza traccia

di folla sotterranea

L’aria gonfia

infetta il respiro degli orti

ammutolisce il chioccolio del fiume

appanna le stelle

si annebbia in lontananza

scolorandosi

la città

Ma dalla vela squarciata

occhi di mirto e ambra

fissano il vagheggiato mare

e silenziosa urla

disegna l’impaziente gabbiano

Si intaglia sull’albero

la luna d’oriente

e profumi di spezie

inebriano l’aria

di antiche ballate

La brace del fuoco illumina

la sua impronta

lasciata sulla sabbia calda

mentre si allontana

la carovana

dei visi sperduti

*

 Non guardare i miei palazzi

 Non guardare i miei palazzi

i tuoi occhi non siano avidi di colori

suoni

voci rumorose

non guardare i miei palazzi

non si perdano i tuoi pensieri

tra queste miserie vestite di porpora

non si perdano i tuoi sguardi

su pareti vestite di nobiltà

ma intrise di nullità

Guarda le mie prigioni

guarda la gabbia infangata

impolverata

dove ho vissuto i miei giorni più grigi d’ombra

di bianca solitudine

Fra le rovine della mia stanza

ho trovato uno spiraglio di luce

nell’urlo soffocato

ho trovato un orecchio che ha ascoltato

una mano che ha aperto il chiavistello

tolto i visi imbiancati

e mi ha portato nell’alba

Non guardare più

i miei palazzi d’ambra e d’oro finto

guarda nella mia prigione vuota

dove qualcuno ha portato

la vita

* 

Portami via

Portami via

dalla confusione dei una vita

senza sogni

Portami via

da giornate nere di nuvole

e vuote di senso

Portami via

da strade affollate

da volti

con occhi spenti

Portami via

da polverosi fiumi

carichi di fango

Portami lontano

dalla confusione di parole inutili

Portami lontano

da case sneza calore

bambini senza sorrisi

vecchi senza più speranze

Portami via

lontano

dalle tenebre che mi avvolgono

in una gabbia che imprigiona il vento

Portami in alto

dove posso toccare le stelle

e perdermi tra le nuvole bianche

dei miei pensieri

Portami

in alto dove muoiono le parole superbe

si spengono gli sguardi alteri

distratti

dell’indifferenza

Portami in alto

dove posso respirare piano

dolcemente

e sentire il soffio delicato

del suono

delle voci di chi ho amato

di chi mi ha amato

Portami in alto

dove posso vedere bambini orfani

vestiti di Cielo

vecchi con occhi di fanciullo

Portami in alto

dove possa crollare

la babilonia dell’orgoglio

della superficialità

della vanità

dell’egoismo

ammutolita dalla lucentezza

dell’umiltà

della semplicità della verità

Portami in altro

Più in alto

nella luce

 *

D’anima

 Sono capace di toccare

senza paura il mio dolore

ascoltare il suo doloroso canto

con il rispetto che devo

a un amico sincero

che ridà dignità

al mio vivere