NEW YORK, NEW YORK … CHE TORCICOLLO!

Beh sì, a forza di tenere la testa all’insù per ammirare gli strapiombi al rovescio della Grande Mela ti viene anzitutto un gran torcicollo!

Ho passato più di una settimana nella città che non dorme mai, ci sarebbero tantissime cose di cui parlare: i locali, le gallerie d’arte moderna e/o contemporanea (per alcune vorrei scrivere: “arte”, ma con più virgolette!), i ristoranti (in uno mi ritrovo vicino Carrie Bradshaw, l’eroina di Sex and the City interpretata dalla non bellissima ma amatissima Sarah Jessica Parker), lo shopping sulla 5th, la passeggiata a Central Park … ma nessuna di queste tantissime cose mi ha colpito con la freccia di Cupido. Mi sono sentito come fermo agli anni ’80 o ’90, che ho conosciuto per via indotta, attraverso la prolissa ri-produzione che hanno avuto nei media miei coetanei (ma anche grazie a mia sorella, nata nell’82, che ha lasciato la scia di quegli anni nei miei di bambino).
Mi sentivo a metà tra realtà e finzione: a metà cioè tra un film, una serie tv, e me, “turista” non dei migliori, ma curioso quanto basta. Realtà o finzione? Né l’una né l’altra: VEROSIMILE! Ecco la risposta. Non distinguo il vero dal falso, forse perché il falso ha solo lasciato spazio al “meno vero”?
Osservo le persone: corrono, pazze come formiche dopate, armate di smartphone, caffè (“caffè” … ma non scherziamo!), borsa o 24h che sia, auricolare, ombrellino, urlanti, sbraitanti.Osservo meglio: gli uomini di un certo tipo, sono tutti dello stesso tipo: businessman in carriera, col sorriso alla Donald Trump stampato in faccia, indossano lo stesso gessato anni ’80 da mattina a sera, quando vanno a bersi una birra con gli amici (il tempo per passare a casa e cambiarsi lo hanno, ma probabilmente credono che faccia più sexy presentarsi con l’ascella pezzata e la camicia stropicciata, magari macchiata di quel caffè che nella strada per andare in ufficio portavano avanti come lo scudo di un oplita … qualcuno li sterilizzi, please!). Le ragazze, anche molto giovani, sembra abbiano scoperto da poco il vintage e così hanno tirato fuori dall’armadio le pellicce della nonna, queste anni ’60 stavolta, ma con qualche avanguardia incallita dei mitici ’80 che persiste, ovviamente; idem dicasi per le borse (mai viste così tante Chanel in un solo giorno), gli occhiali ecc … è tutto un revival! Ridicole, né più né meno delle loro nonne che invece vestono “giovane e audace” come ancelle alla corte di Circe. Forse nonne e nipoti hanno semplicemente confuso le rispettive cabine armadio?! Sono malizioso io, sicuramente.
New, New … ma anche un po’ “Old” York. In una New York innegabilmente eterogenea, multietnica e cosmopolita, non posso non notare il bisogno di finzione e, quindi, omologazione (di stampo capitalista, certamente) che si è tradotto poi in quello che a noi è noto come “Il sogno americano”! “Sogno” che esplode ancora di status symbol, di paillettes e strass, di avanguardie già provate, vissute, esperite, di gente che si crede l’America stessa perché porta nel portafoglio la sua bandiera, ma che non sa se Obama ha ritirato o meno le truppe dall’Afghanistan (ps:NO).
È anche il mondo spiato dalle telecamere, dalle webcam, il mondo della tracciabilità finanziaria … è il declino della privacy e il decollo del modello alla “The Truman Show”.
Cammino per Soho e mi sento un po’ come Gérard Depardieu e Andie MacDowell in Green Card, affascinato da uno sconosciuto che è la città stessa.
NY si specchia: le vetrine cantano, ingannano, bastarde come le Sirene di Odisseo; gli addobbi di alcuni negozi, soprattutto quelli delle gioiellerie più importanti, sono invitanti come le delizie della casa di marzapane dove cadono rapiti Hansel e Gretel, mentre altri sono talmente grandi che sembrano incartare il negozio stesso, clienti e window-shoppers annessi.
Alla fine del mio soggiorno, un episodio spiacevole, dal lieto fine tuttavia, china il mio cinismo dinanzi all’onestà degli individui, americani o meno stavolta non fa differenza: fra un taxi e l’altro, mia sorella dimentica sul sedile di un tassista la sua borsetta con dentro soldi, carte di credito, documenti e il resto del set da viaggio. Se ne accorge solo una volta che ci sediamo per pranzare. Mia sorella è molto credente, qualche anno fa si è convertita alla fede protestante, di tipo evangelico, che è sempre una confessione cristiana, ma molto più “sentita” e praticata della cattolica. Come lei, anche i miei genitori. Io? Io non amo le differenze, le determinazioni e le etichette, per i vestiti come per le confessioni. Mi limito a credere (o almeno ci provo). È già passato troppo tempo per sperare in qualcosa di miracolistico, ma Nicole (così si chiama mia sorella) inizia a pregare, quindi ritorna al punto in cui il taxi ci aveva lasciato e, vuoi perché Dio stava là vicino, vuoi per la bontà del tassista, eccolo che rispunta fuori da una stradina con in mano la borsetta, intatta e inviolata.
“Madame , you forgot your bag!”.

Che dire: God bless America … or at least Taxis!

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