Semplicemente agghiacciante – about the #IceBucketChallange

About the Ice Bucket Challange: la vanità supera la carità in quella che sarà ricordata come una delle campagne più virali della storia.

Ne hanno già parlato in molti. Troppi, sicuramente, come in troppi hanno aderito a questa catena di Sant’Antonio solo una volta che la stessa aveva già assunto le connotazioni da star-system cui, evidentemente, mirava sin dalla sua genesi.

Captatio benevolentiae: l’iniziativa è lodevole, fino ad ora 94.3 milioni di dollari rispetto ai 2,7 raccolti lo scorso anno nello stesso periodo sono innegabilmente un ottimo risultato e sensibilizzare quanto più pubblico possibile sulle problematiche legate alla sclerosi laterale amiotrofica è certamente cosa buona e giusta. Tuttavia, c’era davvero tutta questa necessità di spettacolarizzazione? Stando alla mia personalissima opinione, no. Si tratta semplicemente di puro spettacolo. Uno show agghiacciante quanto le secchiate che i suoi protagonisti sono stati intenti a esibire nei loro riuscitissimi video autocelebrativi.

Ad oggi, infatti, si parla di oltre 24 milioni di video in rete, ma sono “solo” 1,9 milioni i nuovi donatori registrati dalla ALS, l’associazione non-profit cui sono destinate le donazioni.Dice bene Massimo Cacciari, noto filosofo e opinionista oltre che ex sindaco di Venezia, in un’intervista a Il Fatto Quotidiano, quando afferma che “È una réclame per chi lo fa… Se è beneficenza, è beneficenza pelosa. Se le persone comuni si tirassero l’acqua gelata addosso, che effetti positivi sortirebbero sulla propensione al bene degli individui? Sono mode nate nella società della pubblicità. È tutto banale, tutto molto banale… Vedo solo il deprimente spettacolo di giovani che si tirano l’acqua addosso”.

Inoltre, come non bastassero le persone fisiche, si sono aggiunti anche i brand, che sono persone virtuali, dotate cioè di un proprio carattere e di un proprio sistema valoriale. Ne è una conferma l’adesione a questa nobile sfida, accettata sicuramente al solo fine di trarne sensibilizzazione per le masse più grandi ed eterogenee… Ma anche no, come è il caso di Samsung, che senza aver ricevuto alcuna nomination ha trasformato l’iniziativa benefica in un vero commercial per il lancio del suo Galaxys5! (Altri esempi di ice bucket fatti dalle aziende sono disponibili in questo articolo di AdWeek)

Ora però valutiamo per un momento l’Ice Bucket Challange secondo logiche di marketing e di comunicazione, visto che certamente passerà alla storia come uno dei più grossi e riusciti eventi virali e sociali: va detto, per onestà verso la causa stessa e verso il lettore, che il successo nella continuità e nella coerenza di questo (seppur nobile) show è dato dal fatto che, spesso, quando le marche lanciano concorsi o iniziative di questo tipo, uno dei primi lati negativi che la campagna incontra è il non essere facilmente accessibile ad alcuni (sovente per partecipare devi avere una certa età, trovarti in un certo luogo, scattare una foto di un certo tipo ecc…).

Stavolta, invece, chiunque era in grado di lanciarsi o farsi scaricare un secchio di acqua ghiacciata sulla testa. Nessun talento, nessuna risorsa particolari erano richiesti. Un’altra apprezzabile obiezione alle critiche scaturite potrebbe essere quella per cui, anche se un marchio non è ufficialmente legato a una causa specifica, anche se sta solo cercando di vendere un prodotto e lo sappiamo bene, questo dell’Ice Bucket Challenge rimane per un momento di “apprendimento” da lasciare alla comunità per permetterle di raccontare la sua storia, per farla sentire partecipe di quella scala valoriale che con quel determinato brand condivide. In questa categoria fenomenologica (i colleghi filosofi non si scandalizzeranno) rientra sicuramente il caso di Coca-Cola: Wendy Clark, Senior Vice President della Company, mette in gioco l’azienda per cui lavora (Coca-Cola è sicuramente tra quei marchi più eticamente e moralmente connotati, esempio costante è il suo perpetuo riferimento alla felicità nei suoi spot!), nominando a sua volta colleghi responsabili di altre aziende (come MacDonald’s, per esempio, che pure compra e rivende Coca-Cola com’è noto).

Eppure, per dirla tutta ma proprio tutta, tolte le prime e seconde ondate di vip hollywoodiani e qualche (ex) importante leader politico, si è passati presto a starlette, eterne debuttanti, attricette, comédienne e figuranti di poco conto. Quando un collega blogger ha chiesto a me di partecipare, ho capito che la cosa era arrivata davvero a toccare il fondo. Il fondo del secchio di acqua e ghiaccio che per me era già pronto, (quasi) studiato a tavolino.

Diciamo una verità: essere stati nominati ha rappresentato uno status. Se sei stato nominato, sei “figo” abbastanza da rientrare nella cerchia di coloro i quali, già “fighi” di per sé per palese celebrità, hanno allargato magnanimamente la loro sfida ad altri. Anche se, va detto, dietro alla scelta delle nomination bisogna avere l’occhio un po’ più lungo e cercare di capire se il guanto di sfida sia stato lanciato per effettiva simpatia dei partecipanti o, piuttosto, per ironica e se vogliamo anche pungente provocazione. Penso a una delle nomination di Maria De Filippi, la quale anche in questo caso conferma la propria superiorità mediatica facendo il nome di Aldo Grasso, critico (criticissimo) televisivo che non sempre ha parole di pura lode per la conduttrice…

Tuttavia: Tu quoque, Maria! Ti facevo più schiva al circo mediatico, anche se non ho dubbi che almeno tu abbia partecipato concretamente alla donazione, ma sperando, al tempo stesso, che tu non abbia avuto il braccino di Lady Littizzetto, che ha sbandierato 100 euro, dico CENTO euro, per la causa: Luciana, sicura di non aver esagerato? Attenzione, nessuna condanna: lo dico anche per non attirarmi le ire di Luca Dini, Direttore di Vanity Fair Italia ed evidentemente amico della comica piemontese, dal momento che attraverso il suo blog si è lanciato in una difesa “romana” della conduttrice, sostenendo che 100 dollari, equivalenti a 70 euro, sono quello che avrebbe versato il Presidente Obama, argomentando inoltre che quei 100 euro di Lucianina sono la giusta proporzione per chi come lei di aiuto ne dà spesso e anche tanto, ancor più rispetto a quelle persone “che non hanno mai fatto volontariato in vita loro, che non hanno mai fatto niente per nessuno in vita loro”. Touché, Monsieur Dini.

C’è poi una lista di defezioni “eccellenti”, come riportato da Tgcom24 in questo articolo.

Infine, come dice bene Vittorio Feltri, “per chi eventualmente fosse stato distratto da banalità tipo lo sgozzamento di un reporter americano in Irak e la crocefissione di vari infedeli in zone a forte intensità islamica”, ricordiamo che, ironia della sorte o crudele fato divino (ma non sta a noi saperlo), Corey Griffin, ideatore di questa campagna, è morto: annegato!