Sì, filosofare!

Un po’ come “Sì, viaggiare” di Battisti: famolo e basta, perché fa bene.

In molti, anzi, praticamente tutti, mi chiedono: “Perché fai filosofia? A cosa serve? Che senso ha fare filosofia oggi?!”. Mi verrebbe voglia di rispondere come ha fatto il Prof. Diego Fusaro, classe ’83, ricercatore e docente di Storia della filosofia all’Università San Raffaele di Milano, durante un’intervista di Irene Soave per il Corriere.it: “a non fare domande come queste”! Il retaggio culturale, ormai stereotipato, per cui il filosofo sta con la testa tra le nuvole, le braccia posate su una scrivania e gli occhi rivolti all’Iperuranio è fortissimo a morire. L’amico Fusaro, per fare un esempio pertinente e che io per primo garantisco, ha già scritto nove libri. L’ultimo, Minima Mercatalia, affronta “il rapporto tra la filosofia e la nostra società capitalista. Che scoraggia l’esercizio della filosofia. Già al liceo i professori cercano di indirizzarti a facoltà più pratiche, come Ingegneria ed Economia, che insegnano a riprodurre il mondo così com’è, e non a metterlo in discussione”. Allora qualcuno, ingenuamente (o maliziosamente), potrebbe obiettare: “Può anche darsi, ma almeno con Economia ed Ingegneria trovi un lavoro!”. Faccio rispondere ancora Fusaro: “Mah. Dipende da molti fattori. Al San Raffaele, dove insegno, l’85% dei laureati in Filosofia trova un impiego entro il primo anno: editoria, giornalismo, qualcuno resta nell’accademia. Ma una laurea in filosofia porta anche a lavorare in azienda. Per metterla a frutto in pieno, però, servono vari fattori”.

Non è un tentativo di persuasione o convincimento e non vuole esserlo nemmeno. Semplicemente, trovo povera la portata del discorso culturale intorno alla filosofia nei mezzi di comunicazione che invece si riempiono bulimicamente di informazioni frammentarie (e frammentate) sulle nuove tecnologie, sulla finanza (questa regina misteriosa di cui nessuno vede il volto e di cui molti, me compreso, non riconosco la corona e l’autorità), sull’economia ormai usurpata e stuprata da chiunque si interessi delle più blande pagine economiche, quindi (quasi di conseguenza, mi verrebbe da dire, e purtroppo!) intorno alla politica (che si fa ormai SOLO con i tagli e mai con gli incentivi alla spesa pubblica), eccetera eccettera.

Mi sono richiesto, a distanza di anni, perché IO avessi scelto di “fare filosofia” (peraltro, dopo aver già messo in tasca una laurea che mi avrebbe buttato a capofitto nel mondo del lavoro).

Ho scelto di “fare filosofia” perché non ero soddisfatto delle risposte fino ad allora ricevute. Volevo capire, conoscere e sapere “di più”. In triennale ho studiato alla facoltà di psicologia laureandomi in comunicazione. Passato un iniziale “pentimento” per quella scelta, alla quale devo invece un grazie sincero per tutte le esperienze che mi ha permesso di vivere (lavorative e non!), credo di aver capito quanto “le specializzazioni del sapere” allontanino da quel Sapere per così dire “autentico”, quanto sia inevitabile che la ricerca scientifica, la didattica e i mestieri specialistici portino proprio all’impossibilità di vedere/conoscere quell’“Intero” che oggi chiamiamo perlopiù “Progresso”, ieri “Dio” e dopodomani probabilmente “Globalizzazione Interstellare”, chi lo sa!

Sta di fatto che quell’“Intero” si ricerca proprio perché, anzitutto, se ne riconosce la mancanza, non credete? La ricerca filosofica non è forse presupposizione che vi sia un “cercato”, un “da-cercare”? Per me, assolutamente sì. Guai a pensare che la filosofia serva a dare risposte, o peggio credere che questo sia il suo telos: tuttalpiù (lo sapete, mi piace scriverlo tutto attaccato, perché si può!) aiuta a farsi ulteriori domande! Non serve proprio a nulla in senso meramente utilitaristico. La filosofia è un Modus Vivendi. Comunque la mettiate, tutti i mestieri, le arti, le discipline o filosofie o come preferite chiamarle, tutte, davvero tutte, partono da un primo, grande presupposto, la prima e vera azione di fede che consapevolmente o meno tutti ammettiamo: che vi sia qualcosa da cercare.

L’altra domandona è: “da dove nasce la filosofia?”. Aristotele risponde che nasce da “thauma” (niente paura, è solo greco). Per mia fortuna, Mario Stefanoni, che è stato mio professore di letteratura latina e italiana al liceo, corresse sempre l’insegnante di greco che traduceva, com’è purtroppo solito farsi, “meraviglia”, preferendo invece “angoscia mostruosa, paura” o “angosciato stupore”, ricordando che, nell’Odissea, “thauma” si dice del ciclope Polifemo che divora i compagni di Odisseo. E Polifemo tutto può essere fuorché una meraviglia … “Non è mica Alice!”, ho risposto in sede d’esame provocando Massimo Cacciari, altro mio Professore, mentre ne discutevamo.

Platone invece ha definito filosofia il suo proprio ricercare, guardando quasi con venerazione al passato, all’età dei “veri” sapienti. Io, ad esempio, mi sono sempre chiesto: se amore per la sapienza non è per Platone qualcosa che va raggiunto, perché mai ancora raggiunto, allora, deduco, sarà piuttosto qualcosa da recuperare, qualcosa che era stato raggiunto-conosciuto-saputo in un momento precedente. Intendo dire: se Platone fosse stato un sapiente “vero”, non avrebbe potuto sentire mancanza di quello che già era ed aveva, non avrebbe ricercato sapienza vera, avendola già lui in possesso, non credete?! (Penso qualcosa di analogo riguardo a Gesù, quando mi ricordo che il Padre Nostro era una preghiera già nota agli ebrei, e lui stesso pregava da ebreo. Perché un Dio dovrebbe pregare se stesso?).

Ricercare impone “senza dubbio” di crearsi dubbi, aporie, di incontrare ostacoli, problemi: che esista un senso o anzi un nesso nel rapporto tra sapienza ed enigma? Per un sapiente, come per il filosofo, l’enigma è una sfida mortale, perché chi eccelle in intelletto, nelle cose dell’intelletto vuole essere invincibile, come se, sconfitto in una sfida d’intelligenza, smettesse di essere sapiente. Ed è, questo, un atteggiamento che confermo quotidianamente da quando frequento filosofi o aspiranti tali, cioè da quando studio filosofia. Lo dico con sincero disappunto, nella convinzione che anche la diversità di pensiero, come tutte le altre diversità sorelle, costituisca ricchezza, giammai la vittoria di una o la sconfitta dell’altra. “Ogni opinione è malattia sacra”, dice Eraclito. Enigma è, infine, ogni coppia di contrari, come semplicemente estate e inverno o pace e guerra. Male e bene? Anche. La soluzione potrebbe stare, come in molti suggeriscono, nell’unità, quindi nello scioglimento dell’enigma, e questa è una risposta che mi soddisfa abbastanza, ma non pienamente, com’è giusto che sia. Mi dà “sollievo” e godimento il concetto-idea-soluzione di qualcosa di unico, di “un Uno”, di un “ente-essente Primo”.

Intanto, di due sole cose posso dirmi certo: la prima recita “cosa sono non so, ma so chi non sarò mai”, come dice una canzone che tanto amo, mentre la seconda esige che questa misteriosa “Unità” di cui ho provato a parlare venga quanto prima intesa, per non essere tremendamente fraintesa …

Credo che il senso più alto della filosofia stia nella stessa parola: molto più di “amore per la saggezza” (filos e sofia), vi è nascosta la radice “fos”, cioè luce, come in “fotografia”. Filosofia è allora “amore per la chiarezza delle cose” e filosofo è chi sente forte, quindi, la vocazione alla Verità. Come dice Hegel: “il Vero è l’Intero”!

Infine, si dice spesso “La filosofia manda in crisi” … ma “crisi” viene da “Krinein”, un verbo greco che voleva dire “giudicare, separare, scegliere”. Il mio è solo un consiglio: per “vivere meglio”, mettiamoci più spesso in crisi!

Sì, filosofare!