Tanti modi per dire addio: Kim, la mia sorpresa fino alla fine.

Questo sabato è diverso: il sole splende e l’erba dei prati si è fatta finalmente invitante grazie alla primavera. No, non è diverso per questo. È diverso perché è solo il primo in cui mi capita di non dover tornare a casa per portarla a spasso…

Prima di scadere nella retorica del ricordo e del dolore per l’affetto perduto, vorrei chiarire qualcosa che mi sta a cuore. Anzitutto, vorrei impedire ai luoghi comuni e a tutto il corollario da amici a quattro zampe di inciampare nella banalità del bene, peggiore solo a quella del male.

Gli animali, e in questo caso i cani, non ci sono superiori. Trovo quest’epoca, piena di moralismo neovittoriano, fasulla e superficiale proprio là dove crede di manifestare, per sensibilità e diritti rivendicati, “amore” e difesa del più debole. Un cane che muore non è un bambino che muore e che la perdita del primo faccia più leva sull’emotività del pubblico non è cosa buona e giusta, ma gravissima. Qui mi limito a rivolgermi e a salutare la mia Kim, l’amatissima labrador che mi ha fatto compagnia per quattordici anni, ossia per la metà esatta della mia vita, per quello che è stata: un cane. Amato con sentimenti di uomo e viziata come una bambina, ma anzitutto cane.

E quante bugie sui cani, quanta omologazione di pensiero, quanta retorica spiccia e becera intorno ai nostri “amici a quattro zampe”. Me ne rendo conto: questo significa rompere un tabù tanto caro agli italiani, quello dell’amore per la famiglia che si allarga al proprio animale domestico.

La mia Kim, tanto per cominciare, non è mai stata quel tipo di cane che tutti si aspettano.

Kim, ad esempio, non ha mai amato giocare con i bambini: troppo bambina lei stessa per amare altri piccoli esseri egocentrici. Né ha mai apprezzato tutti gli altri cani: incredibilmente snob, selezionava con attenzione da scrutinio i suoi compagni di giochi. Per non parlare degli amori: ne ha avuto solamente uno – e angelicato – per l’amato Pedro, labrador di taglia media, bianco come la neve, com’era lei, leccato sfacciatamente davanti agli occhi indiscreti di noi “padroni”; che termine orribile, questo. I baci spontanei di Kim erano rari quanto la sua mancanza di appetito: eravamo noi, sua famiglia, a doverla baciare, accarezzare e, chiaramente, viziare. Ma mai troppo: non amava le smancerie ed era solita alzarsi e allontanarsi quando la dolcezza dei gesti si faceva eccessiva. Come se non potessimo concederci troppo confidenza. Anche un po’ maleducata: la salutavamo tutti entrando e uscendo di casa; non ha mai ricambiato il saluto. Quanto alla sua presunta fedeltà di cane, dico solo che si sarebbe venduta al primo sconosciuto anche solo per una briciola di orribile biscotto.

Forse aveva intuito, Kim, che nel tempo avevamo capito che non siamo fatti per avere cani. Troppi impegni, appuntamenti, troppi spostamenti e troppi sacrifici per garantire all’impegno di un cane la puntualità di un orologio che non ritarda mai la sua uscita, la sua pappa, la sua visita di controllo, la sua toelettatura, le zampine da lavare quando fuori il terreno diventa palta, i vaccini, le cacche da raccogliere quando non hai l’apposito sacchettino con te, il vomito da pulire quando sei in ritardo, la pappa da comprare quando i negozi sono ormai chiusi, le coccole da fare quando non ne hai voglia perché vorresti riceverle anziché farle… Che puntualità Kim. L’hai avuta anche quando hai deciso di andartene, da maleducata, senza salutarmi nemmeno. Non parto mai per il fine settimana. E tu quando decidi di alzare le zampe e andartene? La volta che lo faccio, chiaramente. D’altronde le sorprese hai sempre preferito più farle che riceverle. Sei arrivata un sabato di quattordici anni fa, eri la mia sorpresa: mamma, papà e Nicole ti erano venuti a prendere, ti avevano messa in una cesta di vimini e ti avevano accomodata nel letto ancora caldo del mio sonno. Mi svegliai con la tua tenerezza pelosa e puzzosa a farmi da colazione. Te ne sei andata sempre di sabato, nel silenzio, a sorpresa, di nuovo, come era nel tuo stile, senza salutare.

E così oggi, nella giornata di un altro sabato bellissimo, penso che ti avrei portata a spasso così volentieri che mi viene da parlare all’aria per dire “dai, pigrona, alza la ciccia che c’è una giornata meravigliosa e stiamo un po’ al sole”.

Ma tu te ne sei andata, e ora il ricordo di te che muori senza esserci salutati morde come tu non hai mai fatto in vita.

Grazie per avermi fatto crescere con te: sono sicuro che, senza la tua presenza, la mia vita sarebbe stata sì decisamente più libera dagli impegni che averti comportava, ma anche più irresponsabile, in senso stretto. Sei stata infatti la responsabilità più autorevole, costante, stancante e immensamente ingombrante, con i tuoi 35kg, che abbia mai avuto. Ma oggi, in questo primo sabato senza te, dico anche che della libertà che consegue al mancato impegno di tornare per portarti a spasso non me ne frega poi molto. Se rimpiango allora l’impegno? No, ma quale vuoto lascia. È tutta qui la libertà, quindi? Forse, lamentandomi spesso anche con te, mi mentivo soltanto: scusa per tutte le volte che ti ho portata al parco malvolentieri, di fretta e con l’ansia di far presto per andare chissà dove. Alla fine non chiedevi che un po’ del mio tempo, lo stesso che non mi hai lasciato per salutarti come si deve: baciandoti il nasone di liquirizia che amavo tanto e infilandoti il naso nelle orecchie per sentire il tuo odore atavico di cucciola che arriva dall’allevamento per farmi una delle sorprese più belle della mia vita finora.

Ciao Kimmona mia, ti aspetto in quel recinto infinito che credo esista anche per te e per tutti gli altri amici tuoi che ci insegnano non solo l’amore incondizionato, ma la responsabilità delle scelte che, in nome di quell’amore, facciamo.

Kim