The Other Side, l’altro lato della pubblicità

“Fate partite questo filmato e tenete premuta la lettera R della vostra tastiera in qualunque momento”: questa la didascalia al link che trovate in apertura. Tasto R, ossia il logo della Honda Type-R pubblicizzata: http://www.3nz.it/2797/the-other-side-honda-civic/.

Due in uno. Come nella più vecchia delle proposte commerciali. Due al tempo di uno. Anzi, due tempi, se si vuole, al prezzo di un tasto del pc. Un nuovo canale matrix della pubblicità. Una nuova doxa parmenidea (una doxa nella doxa s’intende… una meta-doxa, ecco). Falsità nella falsità, nel tempo sfalsato da un tasto che cambia punto di vista: il nostro. Giorno e Notte, come i sentieri percorribili secondo l’ontologo sopracitato. R non come rivolta o rivoluzione, ma come reticente compare che apre la porta a uno spazio altro, che del primo condivide il tempo: l’eterno ritorno dell’Identico, come direbbe Debord.

“Il video, intitolato «The other side» mostra due scene identiche «quasi in tutto», ma è proprio quel «quasi» a fare la differenza. In uno l’ambientazione alla luce del giorno, nell’altro in notturna. In uno strade percorse in tranquillità per riportare i figli a casa da scuola. Nell’altro le stesse strade percorse a tutta velocità dopo una rapina”, si legge nella spiegazione al consumatore.

Gli stregoni della comunicazione (i creativi della W+K di Londra), come li chiama Baudrillard, hanno fatto centro ancora una volta: superba la prestazione mediatica (oltre quella spettacolarizzata della macchina in questione), superlative le dinamiche messe in scena per una delle più vecchie novità consumistico – commerciali del Capitale (un nuovo modello di automobile…), creativa e anzi divina l’idea di concepire un tempo che ne mette in scena due, tanti quanti sono i mondi d’appartenenza pensati dall’industria macchino-capitalistica che li invoca. Sì, perché la macchina capitalistica offre questo, dietro lo spettacolo pubblicitario sapientemente rappresentato per persuaderci col e del suo pathos: l’idea utopica quanto tracotante di poter essere due, di poter vivere due, di poter esperire due realtà, tempi, mondi… allo stesso tempo(da notare alla fine del video la dicitura “share experience”).

La nevrosi pubblicitaria ha raggiunto un innegabile punto di non ritorno: due pubblicità in una, due rappresentazioni o-sceniche che chiedono al consum-attore di interpretare due ruoli, contemporaneamente: papà premuroso di giorno e novello Lupin la notte. Uno schizoide, il lettore ideale di questo spot, che abbraccia così le sue fantasie bipolari, sapientemente suggeritegli dalla persuasione pubblicitaria. “Fate partite questo filmato e tenete premuta la lettera R della vostra tastiera in qualunque momento”: come dire, quello che vuoi, quando lo vuoi. Chi tu vuoi essere, quando lo vuoi essere. Dove è chiaro che più sei, più identità hai e più maschere scegli di indossare, più comprerai per ciascuna di esse.

“Ma è la possibilità di saltare da una sequenza all’altra senza soluzione di continuità semplicemente premendo una lettera sulla tastiera che sta facendo impazzire i navigatori”: già, senza soluzione di continuità. Un’estetica interrotta, alternante, frammentata: un’estetica del frammento (Barthes) propria di quel gusto neobarocco (Calabrese) tanto caro alla postmodernità e che si tinge di totalità spezzettate (la perdita della totalità è senz’altro una delle caratteristiche strutturali di questo neobarocco) e che tende al limite, il quale ora e sempre si trova puntualmente più in là di dove si credeva fosse. Non è forse questa la strategia utilizzata sovente tramite l’esca del “no limits”?

Ubiquità pubblicitaria: la possibilità di essere allo stesso tempo in due posti diversi, all’interno del capovolto mondo spettacolarizzato. Tradotto: la possibilità di consumare due esperienze differenti, ma contemporaneamente.

Il fruitore del mezzo pubblicitario si perde nell’illusione spettacolarizzata della proposta consumistica come Alice, nel Paese delle Meraviglie: la pubblicità è per sua natura il luogo del non-avvenimento, è il regno del Cappellaio Matto che festeggia eternamente lo pseudo avvenimento del suo non-compleanno. E se Alice siamo noi, succulenti prede per l’affamata bocca capitalista, il Cappellaio Matto è il pubblicitario dello Spettacolo debordiano, intento a uccidere il Tempo che ci appartiene (Kronos), ciclico e umano, per indurci in un Tempo nuovo (Aion), un perpetuo presente, l’eterno ritorno dell’identico, il Tempo di Dio secondo Agostino: l’Eternità, che ora è sempre consumistica, chiaramente.

È sempre l’ora della merendina, “è sempre l’ora del tè”, è sempre l’ora della proposta commerciale. È l’eterna messa inscena di prodotti e servizi che sembrano offrirci la possibilità di andare finalmente oltre il limite che ci caratterizza in quanto uomini (dovremmo essere tutti d’accordo nell’identificare tale limite con la morte).

Al lettore della pubblicità, come ad Alice nel racconto di Dodgson, non è quindi mai troppo chiaro quando succede questo o quello, quindi quando è questo o quello, quando siamo papà attenti o spericolati fuggitivi. La confusione identitaria va di pari passo con l’horror vacui spaziale, che è sempre e comunque tradotto in horror vacui temporale. “Sii dappertutto, va’ ovunque, sii chiunque” è l’imperativo categorico di sua altezza la Pubblicità: “moltiplicati, affinché i tuoi cloni possano consumare tutto quello che il prototipo non riuscirà a fare”.

Questo spot si muove infatti sull’idea che lo Spazio sia già dato in tutte le sue possibilità (due) e che la convergenza di queste dimensioni sia resa possibile proprio dalla convinzione che lo Spazio sia qualcosa di già esistente, di già preconfezionato per noi in tutte le sue forme (sempre due), pena il sentimento di esclusione, l’impossibilità di creare sinergia col prodotto rappresentato. La pubblicità ha scelto per noi i limiti del Tempo e dello Spazio entro cui potremo agire.

Così, nell’arena trionfale del capitalismo imperiale, la pubblicità gladiatrice distrugge ancora una volta il suo nemico, la Realtà più umana, per convincerci dell’inesorabile alba di un’umanità macchinizzata, spacciata per progresso tecnologico.